Donald Trump ha detto di preparare un attacco senza precedenti contro l'Iran. «Sto valutando un attacco massiccio. Più grande di qualsiasi altro. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti» ha detto il presidente degli Stati Uniti. Ai microfoni di Axios, The Donald ha anche detto che non chiederebbe nell'immediato un intervento di Israele. Ma Trump, che ieri ha subito lo "schiaffo" di una risoluzione con cui la Camera ha votato per limitare i suoi poteri di guerra, smentita però dal successivo voto del Senato, ha inviato un segnale esplicito.
L'escalation in Medio Oriente è ormai un pericolo concreto. E se gli Usa continuano a bombardare l'Iran, Teheran, dal canto suo, ha due armi. Da una parte c'è la ritorsione missilistica, e cioè quella fitta pioggia di fuoco che ogni volta, poche ore dopo i raid americani, colpisce le basi tra i regni del Golfo Persico e la Giordania. Dall'altra parte, c'è quella leva negoziale rappresentata dal controllo degli stretti strategici, e cioè di Hormuz e Bab el-Mandeb. Una vera e propria tenaglia con cui la Repubblica islamica può mettere a repentaglio i flussi commerciali di tutte le rotte mediorientali.Per la leadership iraniana si tratta di un'arma fondamentale. Nello Stretto di Hormuz, dove ieri sera le forze Usa sono tornate a bombardare l'isola di Qeshm, coesistono due blocchi navali: quello americano e quello dei Pasdaran. Teheran colpisce tutte le petroliere e i cargo che tentano di varcare le porte del Golfo Persico evitando di coordinarsi con le autorità iraniane. Ieri, una petroliera ha preso fuoco dopo un attacco. Molte navi hanno deciso di invertire la rotta prima di essere a tiro dei missili e dei droni iraniani. Trump ha minacciato di colpire una centrale elettrica per ogni nave attaccata. Dal canto suo, il quartier generale centrale iraniano, il Khatam al-Anbiya, ha avvertito che se la Casa Bianca darà seguito alle minacce, le forze armate di Teheran «non permetteranno l'esportazione di nemmeno una singola goccia di petrolio e prenderanno di mira le infrastrutture petrolifere, del gas, elettriche ed economiche della regione».La minaccia preoccupa tutte le monarchie del Golfo, preoccupate dalla possibilità che l'arsenale iraniano vada a colpire infrastrutture vitali per quelle economie. I mercati energetici sono inquieti, e lo conferma l'aumento del prezzo del petrolio. I conflitti, del resto, interessano in modo diretto l'oro nero, come certificato anche dagli attacchi ucraini ai terminal, alle raffinerie e alle navi della "flotta ombra" russa. L'Unione europea ha ribadito anche in queste ore il giro di vite contro il petrolio che finanzia la guerra di Vladimir Putin.Ma l'inquietudine è anche quella dei Paesi che importano greggio. Soprattutto perché oltre a Hormuz, la strategia iraniana ha ormai coinvolto Bab el-Mandeb. Lo stretto che unisce il Mar Rosso con il Golfo di Aden è al centro dell'embargo attivato dagli Houthi contro le navi dell'Arabia Saudita. Ieri sono state attaccate due petroliere legate a Riad. Secondo Reuters, i Pasdaran avrebbero inviato propri comandanti e attrezzature per missili e droni proprio per sostenere lo sforzo degli Houthi.Trump ha avvertito che riterrà direttamente responsabile l'Iran di qualsiasi nuova mossa del suo "proxy" in Yemen. Ma l'allerta è già scattata anche nelle capitali europee. A Roma si analizzano tutti gli scenari, soprattutto perché la Marina Militare è impegnata nell'operazione Aspides ma attende soprattutto indicazioni per quanto riguarda l'eventuale missione internazionale di messa in sicurezza di Hormuz. L'Italia si è sempre messa a disposizione per una possibile operazione di bonifica dalle mine, anche sotto egida delle Nazioni Unite.Ma la riattivazione degli Houthi rischia di rimettere in discussione anche le proposte europee. Ieri la Germania ha deciso di ritirare il dragamine "Fulda" e la nave da rifornimento "Mosel" da Gibuti per la situazione di instabilità nell'area. Il gruppo sciita, inoltre, ha preso di mira Riad proprio quando quest'ultima ha siglato con gli Usa un accordo sul programma nucleare civile che, a detta di Trump, è subordinato alla normalizzazione dei rapporti con Israele. E il timore di molti è che il conflitto possa coinvolgere proprio lo Stato ebraico, finora rimasto in disparte rispetto all'escalation. Sul punto, però, il ministro della Difesa ieri è stato netto: «Ci stiamo preparando a ogni eventualità. Se l'Iran attaccherà Israele, subirà un colpo devastante».










