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Valentina Rorato

I ricercatori hanno cercato la presenza nelle urine delle gestanti di 113 composti, apparentemente innocui, trovando un'associazione con la data anticipata del parto e la diminuzione del peso del neonato

L’esposizione in gravidanza a decine di sostanze chimiche comuni può aumentare il rischio di parto prematuro e di basso peso alla nascita. Questo «effetto cocktail», finora difficilmente quantificabile nella sua interezza, è stato al centro di una vasta ricerca epidemiologica condotta all’interno del programma ECHO (Environmental Influences on Child Health Outcomes) dei National Institutes of Health, i cui risultati, pubblicati su JAMA Network Open, tracciano un quadro che desta preoccupazione: l’esposizione simultanea a molteplici agenti chimici – nella maggior parte dei casi considerati innocui – nel corso dei nove mesi è associata ad alterazioni misurabili dell’età gestazionale e del peso del neonato alla nascita.

L'analisiLo studio, coordinato dalle ricercatrici Jessie Buckley dell’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill e Tracey Woodruff dell’Università di Stanford, prende in esame i dati relativi a ben oltre 5mila coppie madre-figlio provenienti da 18 diversi centri di ricerca distribuiti sul territorio statunitense, monitorate nell’arco di oltre un ventennio, tra il 2000 e il 2021. Attraverso l’analisi avanzata di campioni biologici (nello specifico, le urine delle gestanti), i ricercatori hanno cercato la presenza di 113 composti chimici prioritari appartenenti a dieci classi differenti. In media, in ogni singola donna sono state rilevate contemporaneamente 45 sostanze chimiche differenti.Il dato forse più allarmante riguarda le sostanze di nuova introduzione, spesso utilizzate dai comparti industriali per rimpiazzare molecole precedentemente messe al bando o fortemente regolamentate a causa della loro conclamata tossicità. I consumatori tendono a considerare i prodotti etichettati come privi di determinati agenti tossici noti come intrinsecamente sicuri. La realtà biologica evidenziata dalla ricerca scientifica è purtroppo differente. «Questi composti non sono ancora stati studiati a fondo, ma i nostri dati indicano che possono produrre sul feto effetti biologici analoghi a quelli delle sostanze che hanno sostituito. Questa evidenza sottolinea l’urgente necessità di tracciare e valutare i nuovi agenti chimici prima della loro introduzione sul mercato», spiega Tracey Woodruff.