Partigiani, estrema sinistra e islam a braccetto nel dare degli assassini ai poliziotti, alimentando l’odio. La nube tossica si allarga, complici comunicati e post sui social. «L’omicidio di Fakir Abderrahim è il frutto della macchina repressiva e omicida messa in campo dal governo Meloni e dalle istituzioni locali del Pd», proclama la sezione di Bologna dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo.

Il partito dei Carc, che avrebbe «il compito di sviluppare la tattica» per il «governo di blocco popolare», sostiene che «gli assassini di Fakir non sono mele marce, sono la rappresentazione della testa di questo sistema al servizio di padroni, speculatori e guerrafondai».

Ci sono stati feriti, devastazioni dopo la manifestazione di Bologna ma per i militanti dei Carc questo sarebbe il «prezzo» da pagare. «Tutte le forme in cui si esprime la rabbia e la solidarietà popolare sono legittime e chiunque voglia concretamente ottenere verità e giustizia per Fakir deve sostenerle», dichiarano. L’avvertimento finale è una minaccia: «Non siamo più disposte a morire nei nostri quartieri, nelle piazze, sui posti di lavoro. Toccano uno, toccano tutti».

Toni non molto diversi da quelli usati dall’Associazione nazionale partigiani (Anpi) della provincia di Gorizia che, tra una pastasciutta antifascista e l’altra, se ne esce con un comunicato stampa in cui «condanna con forza l’assassinio di Abderrahim Fakir ad opera di agenti della polizia di Stato». Macché processi, a sinistra si fissano sentenze di condanna prima ancora che la magistratura accerti le responsabilità di quanto accaduto al Pilastro a Bologna, domenica scorsa, quando è morto il quarantaduenne marocchino.