di Claudia De Martino*

Il 20 giugno scorso, a Parigi, si è riunito il nono congresso sullo stato della pena di morte, che ha purtroppo accertato la progressione di questo strumento di punizione nel mondo, a dispetto della razionalità del discorso abolizionista, già dimostrata illo tempore da Cesare Beccaria e poi divenuta orientamento maggioritario nel diritto internazionale nel secondo Dopoguerra.

La razionalità illuminista aveva introdotto il dibattito sulla pena di morte presentandola al contempo come ingiusta e inefficace. Beccaria sosteneva che lo Stato non possedesse il diritto di togliere la vita a un cittadino, perché la vita era un bene inalienabile, ma anche che essa non rappresentasse un deterrente efficace per proteggere la società. La sua argomentazione è che la pena di morte fosse inutilmente crudele, quando in realtà erano la certezza e l’inevitabilità della pena a garantire la sua efficacia massima. Per Beccaria la reclusione a vita produceva effetti più duraturi della spettacolarizzazione della punizione, ottenuta attraverso la comminazione della pena di morte, che è tesa a istigare timore attraverso l’esemplarità della pena.

Durante tutto il corso del ‘900 – la fondazione di Amnesty International risale al 1961 –, le campagne contro la pena di morte si sono succedute, supportate anche dai dati statistici, che illustravano come nei Paesi che adottavano questo strumento di pena i reati non tendessero a diminuire. Riflessioni sul concetto giuridico di proporzionalità della pena e sulla finalità di redenzione del colpevole hanno inoltre spinto a sostenere che l’ergastolo, come punizione estrema, agisse come un deterrente maggiore, evitando anche il pericoloso rischio di errori giudiziari, sempre umani, e di violazioni dei diritti umani per motivi politici, religiosi o identitari.