Spritz
Mario Alberto Marchi
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Per capire perché in Veneto il fine vita non è mai una partita a due, conviene tornare al gennaio 2024. Quel giorno la legge Zaia cadde per un solo voto, e tra le astensioni decisive ci fu quella di una consigliera del Partito Democratico, Anna Maria Bigon, avvocata veronese e cattolica dichiarata. Votò secondo coscienza, contro le indicazioni del gruppo, sostenendo che la competenza spettasse allo Stato e che prima di legiferare sul morire andassero potenziate le cure palliative. Il Pd veronese la punì revocandole un incarico interno; la mossa fu sconfessata dalle segreterie regionale e nazionale, e il caso rimbalzò fino a Roma.
Sarebbe però un errore ridurre tutto a una persona. Dietro quel voto c’è una faglia antica, che affonda nel Veneto bianco, la regione che per mezzo secolo fu il fortino della Democrazia Cristiana. Quella cultura non è evaporata con i simboli: è confluita in buona parte nel Partito Democratico, dove i cattolici democratici restano una componente viva e organizzata, erede dei popolari e della Margherita, custodita da figure come Pierluigi Castagnetti e Graziano Delrio. Sul fine vita, come sull’aborto o sulle unioni civili, è la sensibilità che chiede gradualità e diffida delle leggi bandiera. Non un corpo estraneo al partito, ma una delle sue anime.






