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Carla Delle Vedove
Nell'Adriatico le tartarughe spesso rimangono intrappolate nelle reti a strascico dei pescatori. Se ferite, vengono portate in un centro di recupero per essere rimesse in condizioni di nuotare
È l’alba a Pesaro, a Baia Flaminia. Sono le 5,45 e la tartaruga Ulisse può finalmente tornare a nuotare nel mare Adriatico. Ulisse è un maschio adulto di grandi dimensioni, pesa quasi 50 chili e la sua storia è simile a quella di molte altre tartarughe. È stato catturato da un una rete a strascico a Cesenatico, come spesso accade nell’Adriatico: nel migliore dei casi le tartarughe intrappolate vengono rilasciate subito dai pescatori, ma spesso sono ferite e hanno bisogno di cure. Di questo se ne occupa il Centro di recupero tartarughe marine della Fondazione Cetacea Ets di Riccione, che al momento ospita una quindicina di esemplari e che ha curato Ulisse per due mesi.
«Una volta portate nella struttura – racconta Alice Pari, che lavora per la fondazione – le tartarughe vengono visitate dai veterinari, che procedono con gli esami del sangue di routine e la radiografia per verificare la presenza di corpi estranei nell’animale. Nelle situazioni più gravi vengono eseguiti anche la Tac e l’esame oculistico». I veterinari stabiliscono poi la terapia più appropriata, che può prevedere anche fisioterapia e riabilitazione per permettere alle tartarughe di nuotare di nuovo. Ogni ricovero costa in media 1.000 euro: le cure di Ulisse sono state sostenute economicamente grazie al progetto di crowdfunding «Non siamo isole» promosso dall’azienda La Saponeria e nato per raccogliere 20.000 euro per permettere al centro di occuparsi di almeno 20 tartarughe durante il prossimo inverno.








