Se occorre costruire nuova capacità elettrica, pure negli Stati Uniti di Trump, eolico a terra e fotovoltaico utility scale (i grandi impianti, oltre 1 MW) restano le tecnologie più economiche, anche senza considerare gli incentivi fiscali. La conclusione arriva dalla XIX edizione del Levelized cost of energy+ della storica banca d’affari Lazard, che conferma il vantaggio delle rinnovabili nonostante l’aumento dei costi di capitale, i tassi d’interesse elevati, i dazi e il rincaro delle catene di fornitura stiano facendo salire i prezzi di tutte le tecnologie.

Il costo livellato dell’energia, o Lcoe, distribuisce sull’elettricità prodotta durante la vita di un nuovo impianto le spese sostenute per costruirlo, finanziarlo e gestirlo, esprimendo il risultato in dollari per megawattora. Su questa base, e senza sussidi, l’eolico onshore si colloca tra 37 e 99 dollari/MWh e il fotovoltaico utility tra 40 e 98 dollari/MWh.

Per costruire una nuova centrale a ciclo combinato a gas servono invece tra 51 e 129 dollari/MWh, mentre il carbone si colloca tra 72 e 177, gli impianti a gas destinati a coprire i picchi di domanda tra 144 e 276 e il nuovo nucleare statunitense tra 175 e 255 dollari/MWh. La geotermia, rinnovabile programmabile, presenta un intervallo indicativo di 67-111 dollari/MWh, costruito però da Lazard su una disponibilità limitata di dati pubblici relativi a nuovi progetti. Più costosi risultano il fotovoltaico comunitario e commerciale-industriale, tra 88 e 197 dollari/MWh, e l’eolico offshore, tra 105 e 167.