Riunioni segrete nella situation room, scontri ai vertici, accuse reciproche e piani disperati. Un’inchiesta del New York Times racconta il caos scoppiato nell’amministrazione Trump per cercare di contenere lo scandalo Epstein
Il 17 luglio 2025, intorno alle sei del pomeriggio, i più importanti funzionari dell’amministrazione Trump sono entrati nella situation room, l’area nei sotterranei della Casa Bianca dove si discutono e si decidono le questioni di sicurezza nazionale più delicate e riservate. In quella stanza nel 2011 il presidente Barack Obama aveva seguito in diretta – insieme al vicepresidente Joe Biden, alla segretaria di stato Hillary Clinton e ai responsabili della sicurezza nazionale – il raid che portò all’uccisione di Osama bin Laden. Ma in questo caso i consiglieri si riunivano senza il presidente, per capire come riprendere un minimo di controllo in una crisi molto diversa, che minacciava di travolgere la presidenza: gli Epstein files.
Dieci giorni prima il dipartimento di giustizia e l’Fbi avevano diffuso una nota ufficiale in cui affermavano in modo perentorio di non aver trovato nessuna “lista di clienti” composta da uomini di potere ai quali Jeffrey Epstein, finanziere condannato per reati legati a pedofilia e traffico di minori, aveva procurato ragazze minorenni e giovani donne. La nota, diffusa per mettere a tacere anni di speculazioni e frenare le pressioni di chi chiedeva la pubblicazione del materiale raccolto dal dipartimento, aveva avuto l’effetto opposto, scatenando una protesta particolarmente forte tra i sostenitori del movimento trumpiano Make America great again.






