Garantire sistemi agroalimentari sempre più sostenibili è una delle grandi sfide globali del presente e dei prossimi decenni. La riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari è, infatti, uno degli obiettivi dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, che punta a dimezzare entro il 2030 lo spreco alimentare e a ridurre le perdite lungo l'intera filiera produttiva. Una sfida destinata a diventare ancora più urgente considerando che si prevede che la popolazione mondiale, oggi pari a circa 8,2 miliardi di persone, raggiungerà i 9,7 miliardi entro il 2050 (UNDESA, 2024).Se, da una parte, il sistema agroalimentare genera ogni anno enormi quantità di sottoprodotti ancora ricchi di lipidi e composti bioattivi, dall'altra l'industria alimentare continua a fare affidamento su ingredienti come olio di palma, burro e burro di cacao, grassi sempre più critici dal punto di vista ambientale, economico e dell'approvvigionamento. In questo scenario, la svolta potrebbe arrivare proprio da un cambio di prospettiva: considerare gli scarti dell'industria agroalimentare non più come un rifiuto, ma come una risorsa da cui progettare i grassi alimentari del futuro. “Fondi di caffè esausti e crusca di riso, prodotti ogni anno in grandi quantità, sono ricchi di lipidi e composti bioattivi ma trovano ancora impieghi a basso valore aggiunto, come l'alimentazione animale, il compostaggio o il recupero energetico”, afferma la professoressa Elena Simone del Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia-DISAT che a giugno ha ottenuto un finanziamento ERC Proof of Concept per il progetto ECOF2AT – Valorisation of agri-food residues via the formulation of low carbon footprint, plant-based fat ingredients for the production of functional foods: un contributo di 150 mila euro, assegnato dall'European Research Council, che consentirà di verificare la fattibilità tecnica e commerciale della tecnologia e di accompagnarne il percorso verso una futura applicazione industriale.Come spiega la professoressa Elena Simone: “Con ECOF2AT, l’idea è quella di valorizzare sottoprodotti dell'industria agroalimentare trasformandoli, attraverso una serie di processi chimici e fisici, in nuovi grassi alimentari in grado di sostituire quelli tradizionalmente impiegati dall'industria, mantenendone le stesse funzionalità ma con un impatto ambientale significativamente inferiore”. Parliamo, quindi, di sostituire i grassi tradizionalmente impiegati nell'industria alimentare con nuovi ingredienti ottenuti da sottoprodotti agroalimentari. Quali sarebbero i vantaggi? Innanzitutto, una riduzione dell'impatto ambientale del settore e un approvvigionamento delle materie prime più sostenibile e resiliente. I nuovi grassi potranno infatti sostituire ingredienti oggi largamente utilizzati, come l'olio di palma, associato a fenomeni di deforestazione e perdita di biodiversità, il burro, caratterizzato da un'elevata impronta carbonica, e il burro di cacao, una materia prima sempre più esposta a criticità di approvvigionamento e alla volatilità dei prezzi. In concreto, questi ingredienti potranno essere impiegati nella produzione di prodotti da forno, dolci, alternative vegetali ai prodotti di origine animale e alimenti funzionali, contribuendo a ridurre la dipendenza da materie prime ad alto impatto ambientale o sempre più vulnerabili alle oscillazioni del mercato. Un contributo alla bioeconomia circolare e alla transizione verso sistemi alimentari più sostenibili. Se si considera, inoltre, che le perdite e gli sprechi alimentari sono responsabili dell'8-10% delle emissioni globali di gas a effetto serra (GHG) (IPCC, 2019), l'urgenza di valorizzare queste risorse diventa ancora più evidente.