CATANZARO – Condanne pesanti in abbreviato per i capi del narcotraffico cosentino. Il gup del Tribunale di Catanzaro, Marilena Sculco, ha letto, ieri, il dispositivo con la sentenza nei confronti dei 76 imputati nel processo di primo grado scaturito dall’inchiesta “Recovery”, ritenuta una sorta di appendice della più vasta operazione anti ‘ndrangheta “Reset”.
Il maxi blitz congiunto di polizia, carabinieri e guardia di finanza, coordinato dalla Dda di Catanzaro a maggio 2024, portò all’applicazione, nel complesso, di 142 misure cautelari, di cui 109 arresti in carcere, 20 ai domiciliari e altri 13 provvedimenti tra obblighi di dimora, obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e una sospensione dai pubblici uffici, smantellando, di fatto, un’associazione dedita al traffico di stupefacenti che aveva la propria base a Cosenza e nei territori limitrofi.
A incassare le pene più alte in questo primo step giudiziario, coloro che, per l’accusa, erano al vertice della “confederazione” di ‘ndrangheta nata a seguito dell’alleanza tra il clan degli “italiani” e il clan degli “zingari”: la più elevata, quella nei confronti del boss Francesco Patitucci, già al 41-bis, a 26 anni di reclusione, addirittura più dei 20 anni richiesti dal pubblico ministero Corrado Cubellotti al termine della requisitoria. Venti anni la pena inflitta al suo braccio destro Roberto Porcaro, così come nei confronti di Mario Piromallo detto “Renato”, entrambi al 41-bis, Carlo Bruno, Michele Di Puppo, Antonio Illuminato, Marco Lucanto, Filippo Meduri, Michele Rende.











