Il 23 luglio 1966 moriva a New York Montgomery Clift, il divo che rifiutò di essere una star e trasformò l’inquietudine in un nuovo alfabeto della recitazione. Dagli esordi a Broadway a Il fiume rosso, da Un posto al sole a Da qui all’eternità, fino a Improvvisamente, l’estate scorsa, Gli spostati e Vincitori e vinti: quattro candidature all’Oscar, l’amicizia con Elizabeth Taylor, il terribile incidente del 1956 e il lascito di un attore che fece della vulnerabilità una forma di rivolta.

«Assolutamente no».

È l’ultima frase nota di Montgomery Clift. O almeno l’ultima che qualcuno ricordi di avergli sentito pronunciare.

Tra la mezzanotte e l’una del 23 luglio 1966, Lorenzo James, il suo segretario personale e assistente, gli aveva domandato se volesse guardare in televisione Gli spostati. Monty era a letto, con un libro e gli occhiali. Non aveva nessuna intenzione di rivedersi mentre, insieme a Marilyn Monroe e Clark Gable, inseguiva cavalli selvaggi nel deserto del Nevada.

Poche ore dopo, James lo trovò senza vita nella camera della sua casa al 217 di East 61st Street, a New York. Aveva 45 anni. L’autopsia attribuì la morte a una coronaropatia occlusiva. Nessun delitto, nessun suicidio, nessun ultimo ciak grandioso. Soltanto un cuore che smetteva di battere in una stanza chiusa, mentre fuori Hollywood aveva già cominciato a trasformare un uomo in una leggenda tragica.