È scomparso a 89 anni l’attore simbolo di Hollywood. Resta il suo talento smisurato e il suo stile impeccabile (fatto di pullover a collo alto, camicie di jeans e giacche col colletto all’insù)

di Arianna Galati

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Una T-shirt bianca, un dolcevita a filo mento, lo sguardo pungente dietro un paio di Aviator. Dire addio a Robert Redford è salutare per sempre l’epitome di un American style mai urlato, casual e chic al bisogno, una partitura di contrappunto tra denim e completi sartoriali, capispalla eterni, camicie disinvolte, pullover di quella morbidezza sfrontata che solo i maglioni molto indossati (e molto amati) riescono a ottenere. Un’eleganza spontanea, mai costruita, corroborata dalla sicurezza di sapere cosa fare o come muoversi tra quelle cuciture. Ruvido e raffinato il giusto per essere percepito come “vicino” a tutti, Robert Redford è stato il re di uno stile eterno, tanto copiabile nei suoi elementi quanto difficile da replicare davvero. Perché va vissuto, sentito, abitato. Saper vestire gli abiti, non farsi vestire, e portarli con la disinvoltura propria all’occasione, fino a lasciare tracce indelebili sui vestiti stessi.

Ogni pezzo dello stile di Robert Redford crea un mosaico blu/bianco/terra, i suoi colori neutrali preferiti ancor prima che l’armocromia si facesse rifugio degli incapaci. Il sopra di un pigiama azzurro profilato di blu addosso a Jane Fonda/Corie in “A piedi nudi nel parco” era chiaramente il rifugio già indossato da lui nei panni (letterali) del rigido e nevrotico protagonista Paul, l’elemento che riassumeva la passione, la classe e le nevrosi introverse del suo personaggio. Come un caban blu doppiopetto, eredità stilistica della US Navy col nome di peacoat, scelto per “I tre giorni del Condor”: cappotto corto pennellato addosso, il bavero sollevato per schermarsi dal freddo di New York o da un’emozione che increspa la pelle, per materializzare l’agente della CIA al centro di un complotto dei servizi deviati.