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Non ci voleva un genio per accorgersi dell’azzardo di convocare una manifestazione a poche ore dalla morte di Abderrahim Fakir, per di più considerando gli animi surriscaldati dei famigliari (la sorella ha invocato addirittura «vendetta»; già, non giustizia ma proprio vendetta). Il sindaco di Bologna Matteo Lepore si è assunto per intero questo rischio. Il risultato è noto: una notte di scontri e devastazioni nel centro di Bologna con un bilancio pesantissimo: 64 poliziotti feriti e sei mezzi danneggiati, a cui vanno aggiunte auto in fiamme, pavimentazione divelta, biciclette elettriche distrutte. Tardive le prese di distanza del sindaco, ridicola la sua pretesa di distinguere tra due piazze, una pacifica e una violenta. I manifestanti dell’una si sono semplicemente spostati nell’altra, davanti alla Prefettura, dove sono iniziati i disordini. E comunque, già i cori intonati nella «sua» piazza, quella «pacifica» («tutto il mondo odia la polizia», «pagherete caro, pagherete tutto») non lasciavano presagire nulla di buono. Certo, siamo tutti d'accordo che dovranno essere accertate eventuali responsabilità. Ma una manifestazione per chiedere «verità e giustizia per Fakir», quando la Procura di Bologna aveva appena emesso una nota inequivocabile sull’avvio di un’indagine e il ministro Piantedosi aveva confermato la consegna delle bodycam degli agenti, significa sottintendere che ci sia qualcuno che vuole negare verità e giustizia e suona come una condanna preventiva della polizia.