KHASAB. Sul volto di Yusuf la guerra ha lasciato il segno prima ancora che sulle vetrine del suo negozio. Dietro il bancone del piccolo esercizio di abiti e tessuti osserva una strada che un tempo era attraversata da gruppi di turisti diretti verso i fiordi di Musandam e che oggi si è fatta improvvisamente silenziosa. Le stoffe colorate sono ancora appese alle pareti, ma i clienti entrano sempre più di rado. «Le attività stanno andando a rilento, ma è il turismo che si è fermato – racconta – Speriamo che tutto questo finisca il prima possibile».

La guerra quotidiana Nel suo ermetismo lessicale c’è il sentimento di un’intera città. Khasab è la porta omanita dello Stretto di Hormuz, il corridoio di mare attraverso il quale transita oltre il 20 per cento del petrolio mondiale. Dall’altra parte si vede la costa iraniana. Una manciata di chilometri divide due Paesi che oggi si ritrovano al centro della nuova escalation tra Washington e Teheran. Qui la guerra non è qualcosa che si guarda in televisione. È arrivata fin dentro la quotidianità di questa penisola. Nemmeno questo lato dello Stretto è stato risparmiato dagli effetti del conflitto e dagli attacchi iraniani che hanno colpito obiettivi americani. Missili e negozi vuoti Il cielo è attraversato dal rombo dei caccia, mentre missili e droni si rincorrono tra le due sponde del Golfo in una sequenza di attacchi e contrattacchi. Le batterie di difesa aerea restano in allerta permanente, le unità navali pattugliano senza sosta il braccio di mare e ogni movimento viene monitorato dai radar. Le esplosioni in mare e lungo le coste scandiscono giornate segnate da bombardamenti, intercettazioni e operazioni militari che si susseguono a ritmo serrato. Le sirene interrompono la normalità dei villaggi costieri, mentre il fragore delle detonazioni arriva fino alle montagne della penisola di Musandam. Qui il conflitto non è più una minaccia distante: è una realtà quotidiana, fatta di fuoco incrociato, allarmi continui e della consapevolezza che uno dei passaggi marittimi più strategici del mondo è ormai anche uno dei più pericolosi. La tensione è palpabile, anche se il rumore più forte continua a essere quello del lavoro che manca. Basta attraversare il piccolo centro cittadino per rendersene conto.