È una toccante lettera che parla di un gatto in una casa vuota e, attraverso quel gatto, racconta la fine di un amore. Ce l’ha spedita Irene, che ha cinquantasei anni e ha lasciato un matrimonio diventato luogo di violenza. Eppure, anche nelle storie più dolorose rimane qualcosa di tenero: non l'amore per la persona, ma quello che si è costruito insieme. La casa, le abitudini, un animale, una quotidianità condivisa. È questo che Lara Pelagotti, psicologa Lara cui abbiamo chiesto di commentare la storia, definisce un "lutto complesso": la possibilità di sapere di aver fatto la scelta giusta e, allo stesso tempo, piangere ciò che quella scelta ha inevitabilmente portato via.

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Cara redazione, Vi scrivo perché ho provato un’emozione a cui non so dare un nome, che mi fa essere molto triste e molto felice. L’altro giorno sono tornata nella casa in cui ho abitato tanti anni con il mio ex marito. Lui mi ha chiesto di andare a dare da mangiare al nostro (ex) gatto. Bobo. Io lo sento ancora come mio, ma quando ci siamo separati io me ne sono andata di casa e mi sembrava davvero ingiusto fargli cambiare ambiente. È una casa bella, grande, con un giardino in cui ci sono altri gatti di cui Bobo è il principe indiscusso. Non sarebbe stato bene nel monolocale di 39 metri quadrati senza luce in cui vivo ora. Quanto rosico di non abitare più in quella casa. Purtroppo, il Minotauro con cui convivevo l’aveva resa un labirinto di dolore e insoddisfazione. Non sono pentita di averlo mollato. Sono anzi quasi fiera di avere avuto questa forza. È stato un episodio di violenza che mi ha svegliato. Altrimenti sarei rimasta nel matrimonio, terrorizzata di rimanere da sola, la frase che sento più spesso dentro di me, purtroppo, ancora, è ma chi la vuole una cinquantaseienne? Qualche giorno fa mi ha scritto. Mi ha chiesto se potevo andare a “dare da mangiare al gatto”. Non lo chiama più Bobo, mi ha fatto strano. Non so perché abbia scelto proprio me. O forse lo so, ma non voglio dargli troppo peso. Il gatto era rimasto lì, da solo, per un paio di giorni. Lui pensava di stare via meno, altrimenti non mi avrebbe detto niente. Sono entrata in quella casa come si entra in un posto che ti riconosce prima ancora che tu lo voglia e che ti ricorda. L’aria era diversa dal mio monolocale: più fresca, più ferma. Le stanze erano come sospese. Gli oggetti della cucina erano ancora come li avevo lasciati, come se lui non li avesse mai usati. Bobo era in cucina. Non mi ha nemmeno guardata subito. Si è girato quando l’ho chiamato e ha miagolato piano aprendo le fauci, come un ruggito senza suono. Era magro, un po’ spento. Non so dire se fosse solo fame o qualcosa di più difficile da nominare, ma mi è sembrato che stesse male. Come se avesse contato i giorni senza riuscire a farli passare davvero. Il ventre era leggermente scavato. Con me era sempre stato un gatto grasso. L’ho preso in braccio. Era leggero in un modo che mi ha fatto paura. L’ho nutrito, gli ho parlato piano, come se avessi paura di svegliarlo. E mentre lo guardavo mangiare, mi è venuto da pensare che quella creatura non apparteneva né a lui né a me. Era solo, sospeso, come un punto di contatto tra due persone che quel contatto lo avevano perso altrove. Una specie di ultimo filo che non si era ancora spezzato, ma che non teneva più insieme niente. Sono rimasta lì più del necessario. Anzi, non riuscivo proprio ad andarmene, non trovavo l’uscita. Come se quella casa, quel giardino, quel gatto fossero casa mia in un’altra dimensione. Quando sono uscita, Bobo stava un po’ meglio. O almeno così mi sono raccontata. Tornando a casa mia ho sentito la pancia contratta, un grumo di rabbia. Mi sono fermata con la macchina e ho pianto un po’. Ho pensato che certe relazioni non finiscono tutte nello stesso punto. Alcune finiscono nelle persone. Altre nei luoghi. Altre ancora restano attaccate a ciò che si è condiviso: una casa, una vita quotidiana, un animale. Non vi scrivo per chiedere nulla. Però mi è sembrato che Bobo volesse dirmi qualcosa e non ho ancora capito cosa, magari mi aiuterete a scorprirlo. Grazie per avermi letta. Irene