Gli Houthi yemeniti scommettono che oggi, a differenza degli ultimi due anni e mezzo, sfidare l'Arabia Saudita convenga più che tacere. E con l'embargo marittimo dichiarato contro Riad aprono un nuovo fronte nella guerra tra Washington e Teheran dopo le incertezze nello stretto di Hormuz. Il tema è stato al centro della telefonata delle ultime ore tra il ministro degli esteri Antonio Tajani e il suo omologo saudita Faysal ben Farhan e i due hanno ribadito il massimo allineamento tra Roma e Riad.

Il calcolo degli Houthi matura al termine di una traiettoria cominciata con la tregua Onu dell'aprile 2022, mai formalizzata ma mai davvero interrotta, proseguita col percorso negoziale concordato con Riad a fine 2023, fino alla rottura del 13 luglio scorso, quando un raid saudita sulla pista di Sanaa per bloccare un aereo iraniano di ritorno dai funerali della Guida suprema Khamenei, ha fatto dichiarare agli Houthi finita la "fase di de-escalation". Perché ora, si chiedono gli osservatori, quando fino a poche settimane fa la tregua sembrava convenire più della rottura? Secondo gli analisti regionali, per Teheran il ragionamento è quasi obbligato: l'efficacia del blocco a Hormuz si affievolisce, mentre una quota crescente delle esportazioni del Golfo viene già dirottata verso il Mar Rosso attraverso l'oleodotto Est-Ovest saudita. In questo quadro, minacciare Bab al-Mandab significa colpire proprio la via di fuga che Riad si è costruita. E mostrare a Washington che l'Iran conserva ancora leve regionali nonostante le perdite subite. Per gli Houthi la valutazione è più articolata: la disputa sul volo di Sanaa non riguardava solo il lutto per Khamenei, ma il diritto di decidere in autonomia sui cieli yemeniti, una prerogativa di sovranità che il movimento rivendica da anni contro la coalizione a guida saudita. A questo si somma un calcolo di credibilità interna, dopo mesi in cui il potere yemenita ha dovuto giustificare ai propri sostenitori e agli alleati del cosiddetto Asse di resistenza filo-iraniano una cautela che rischiava di apparire inerzia. Secondo il Sanaa Center for Strategic Studies, resta però un limite strutturale, che distingue gli Houthi in Yemen dagli Hezbollah in Libano: a differenza del Partito di Dio libanese, privo di alternative a Teheran, il movimento yemenita mantiene sul tavolo l'opzione di un'intesa diretta con Riad, e questo gli garantisce legittimazione e risorse che l'Iran non può offrire in tempo di pace. Ecco perché, avvertono gli analisti, gli Houthi difficilmente bruceranno questa carta con una chiusura totale e permanente dello stretto del Mar Rosso: più probabile una pressione calibrata, fatta di avvertimenti alle compagnie di navigazione e attacchi mirati contro le sole imbarcazioni legate a Riad, prima di un'eventuale escalation verso le petroliere e le infrastrutture portuali, come già avvenuto nel 2022 contro la raffineria di Yanbu. Sul fronte saudita le opzioni restano scarse. Riad potrebbe scortare i mercantili con l'appoggio di Stati Uniti ed europei, colpire le rampe di lancio Houthi o spingere sul terreno le fazioni yemenite alleate lungo la costa occidentale, ma l'efficacia di queste ultime è compromessa dopo l'esclusione degli Emirati dal teatro yemenita a inizio 2026. Una simile offensiva, avvertono gli osservatori, segnerebbe la fine definitiva della tregua in vigore dal 2022 e trascinerebbe Riad in un secondo fronte proprio mentre resta esposta alle incertezze di Hormuz.