Esiste un paradosso silenzioso nella cultura della prevenzione italiana. Per una ragazza, la prima visita dal ginecologo rappresenta ormai un passaggio naturale verso l'età adulta, incoraggiata dalle famiglie, promossa dalla scuola e considerata parte integrante della tutela della salute sessuale e riproduttiva. Per un ragazzo, invece, la parola urologo continua a evocare la vecchiaia, i problemi alla prostata o, peggio ancora, una condizione di fragilità da nascondere. È una differenza culturale che produce conseguenze molto concrete. Se le donne imparano fin da giovani a sottoporsi a controlli periodici, gli uomini arrivano spesso dall'urologo solo quando compare un sintomo, e talvolta quando è già troppo tardi.
Non è sempre stato così. Fino al 2004, anno della sospensione della leva obbligatoria, la visita medica militare costituiva, di fatto, il più esteso programma di screening andrologico mai realizzato nel nostro Paese. Pur non essendo nata con finalità preventive, consentiva di intercettare migliaia di casi di varicocele, criptorchidismo, anomalie testicolari e altre patologie urologiche nei giovani adulti. Con la sua scomparsa si è aperto un vuoto che non è mai stato colmato da un analogo percorso di prevenzione civile. Oggi, tra i 18 e i 40 anni, milioni di uomini non hanno alcun contatto strutturato con uno specialista urologo.






