di

Giulio Sensi

In settant’anni 1,4 milioni fuggiti dai Comuni più isolati. Inutilizzata quasi la metà dei fondi della Strategia nazionale. Servono scuole e servizi. Il ruolo chiave del Terzo settore

Sono poco meno di 4 mila Comuni, abitati da 13,3 milioni di persone a fronte dei 45,6 milioni dei centri urbani. E dal dopoguerra hanno perso 1,4 milioni di residenti mentre le città ne hanno guadagnati 12,8. Parliamo di aree interne, una colonna dorsale dell’Italia: lontane dai centri urbani, prive o quasi di infrastrutture e servizi, economicamente fragili e abitate per lo più da popolazione di età avanzata. Sono in collina o in montagna, ma non solo, e in piena estate molti italiani invidiano il loro clima più temperato rispetto al caldo torrido e oppressivo delle grandi città. Magari diventano meta di un breve periodo di vacanza, ma il coraggio e l’ambizione di sceglierle come residenza toccano ancora pochi. Anche perché le offerte di lavoro in queste zone sono poche e da inventare. Tuttavia, pur essendo difficili da abitare, dalle aree interne passa un pezzo fondamentale del futuro del nostro Paese anche e soprattutto per le risorse da scoprire, per la qualità della vita che possono offrire, per la necessità di proteggere questi terreni nell’interesse e in chiave di prevenzione di possibili disastri naturali. Se guardiamo ai numeri la fotografia delle aree interne è impietosa considerando anche il crescente invecchiamento di chi le abita. Non basta: il trend non si sta invertendo nonostante da qualche anno sia stata attivata una Strategia nazionale di rilancio. E soprattutto ci sono sempre meno giovani, anche perché i servizi per l’infanzia sono carenti. Ma è opportuno ripeterlo perché è vero e le potenzialità ci sono: recuperare l’abitabilità di queste aree e sostenere la capacità di resilienza in quella parte di società civile che sceglie di viverci, impegnandosi per migliorarne le condizioni, è una scommessa che vale la pena perseguire. Per più di un motivo.