Quasi 4,6 milioni di italiani risiedono nelle aree interne a maggiore rischio di spopolamento e poste al centro della Strategia nazionale, finanziata da risorse europee e nazionali. Nel complesso si tratta di 1.904 Comuni gravati da quello che si può a tutti gli effetti considerare un deficit di cittadinanza, perché sono localizzati a lunga distanza dai centri di offerta di servizi essenziali, vale a dire istruzione, salute, mobilità. Sono trascorsi oltre dieci anni dal varo della Strategia nazionale ma i risultati ad oggi sono quasi fallimentari. Finora è stato speso poco più della metà delle risorse messe in campo all’alba della programmazione 2014-2020: 706,5 milioni su 1,2 miliardi di euro, il 56,7 per cento. Risorse che servirebbero, citando alcuni esempi, per potenziare ambulatori, farmacie di servizi, attività domiciliare di medicina generale, infermieri di comunità, servizi aggiuntivi di trasporto pubblico locale e di trasporto scolastico dedicato, formazione per gli insegnanti della scuola primaria, primi cicli di miglioramento dell’offerta scolastica degli istituti tecnici e professionali, cooperative per la gestione di servizi agli anziani. Ma anche salvaguardia di attività artigiane, incentivi al turismo locale.