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Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Charlize Theron e Lupita Nyong’o. Un cast stellare e un formato cinematografico all’avanguardia ma fruibile da pochi fortunati nel mondo (IMAX 70mm) spiegano solo in parte l’enorme successo che sta riscuotendo «Odissea» di Christopher Nolan. Il regista ha reinterpretato un classico apparentemente «intoccabile» e l’ha trasformato nell’evento cinematografico dell’anno. Così il poema fondativo della cultura occidentale è tornato al centro della conversazione globale.

I numeri già raccontano una storia. «Odissea» ha debuttato incassando 260 milioni di dollari, il miglior esordio della carriera di Nolan, superiore a «Il cavaliere oscuro - Il ritorno» e a «Oppenheimer». Negli Stati Uniti ha superato 120 milioni di dollari nel primo weekend mentre in Italia ha raccolto oltre 10 milioni di euro nei primi 4 giorni di programmazione: il miglior debutto dell’anno e record personale per lo stesso Matt Damon.

Ma il successo economico è solo la superficie del fenomeno. Il film è diventato un caso culturale. Dell’«Odissea» di Nolan si parla nelle librerie, sui social, nelle discussioni tra amici e perfino organizzando vacanze pianificate sulle rotte del Mediterraneo percorse dall’eroe omerico. È raro che un blockbuster riesca a risvegliare così un classico invece di limitarsi a sfruttarne il marchio. Attraverso la sua «Odissea», Nolan non ha semplicemente adattato Omero per il grande schermo: l’ha rimesso in circolo e ha aperto una discussione. Il merito sta soprattutto nella scelta più radicale del regista britannico con cittadinanza statunitense. Il suo Ulisse non è l’eroe infallibile celebrato dall’epica né il navigatore romantico di tante precedenti trasposizioni. È un uomo in crisi e profondamente segnato dalla guerra. Un reduce tormentato e logorato dai suoi stessi sensi di colpa. L’Odisseo interpretato da Matt Damon porta sulle spalle l’insostenibile peso del cavallo di Troia, l’invenzione che ha posto fine al conflitto ma provocato una carneficina e scatenato l’ira degli dei. La sua astuzia, da virtù assoluta, diventa vulnus morale. Il ritorno a Itaca non è solo un viaggio geografico costellato di mostri, sirene e ciclopi ma un tormentato percorso interiore nel quale ogni approdo coincide con un nuovo confronto con il proprio passato doloroso.