Valter Lavitola e Sigrifido Ranucci
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Attentato a Ranucci, il lucano Lavitola: «Io finirò di certo in carcere. Spero che tutto ciò non rovini la vita a Sigfrido» Sospettata anche una donna per l’attentato.
“Sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere. Una cosa certa è che rovinerà la vita a me e spero che non la rovini a Sigfrido. Una carriera come quella che ha fatto lui, finire come un amico di un bandito, è il peggio che gli poteva succedere”. È la rivelazione alla trasmissione ‘Filo Rosso’ su Rai3 di Valter Lavitola, lucano originario di Noepoli, centro potentino di appena 700 anime, l’uomo che secondo la Procura di Roma sarebbe il mandante dell’attentato a Sigrifido Ranucci, avvenuto a Pomezia nell’ottobre del 2025. “La pista io credo di sapere qual è. Non so chi è il vero mandante ma so le motivazioni e forse potrei risalire al vero mandante”. Lavitola spiega poi perché, secondo lui, non sia stato ancora arrestato. “Forse vogliono vedere se io stando fuori faccio degli errori. Non te lo so dire. Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in Procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”. Le contestazioni comprendono, allo stato, il concorso in tentata strage e altri reati aggravati dal metodo mafioso. Accuse gravissime per Lavitola. Nelle carte dell’indagine ci sono molti scambi telefonici e scatti con il conduttore, in un locale a Rocca Massima in provincia di Latina. Lavitola ne parla come di una persona che è unita a Ranucci da “una relazione vera, forte”.







