La minaccia degli houthi di chiudere lo stretto è l’ultimo atto di un conflitto decennale con l’Arabia Saudita. «Per l’Italia resta aperto». Una chiacchierata con il figlio del generale Mujahid Al-Qahali.
Abdulfatah Mujahid Al-Qahali, 47 anni, ingegnere civile, è figlio del generale Mujahid Al-Qahali, storico leader nasserista yemenita e capo tribale della confederazione Bakil, la più grande dello Yemen: oltre 10 milioni di persone e una trentina di tribù nelle regioni attorno e a nord di Sana’a.
Le accuse emiratine e l’Odissea giudiziaria
Emigrato negli Emirati nel 2001, imprenditore affermato con una fabbrica di marmo e granito a Sharjah, nel 2016 accompagnò il padre in una missione di pace ad Abu Dhabi, davanti alla leadership emiratina: la proposta era un dialogo tra tutte le parti yemenite, ospitato e patrocinato dagli stessi Emirati, per fermare la guerra iniziata con l’intervento della coalizione saudita il 26 marzo 2015. «Ma quel discorso di pace non piacque», racconta oggi a Lettera43. Il padre ripartì per lo Yemen; pochi giorni dopo, il 9 agosto 2016, furono proprio le forze speciali emiratine a prelevare Abdulfatah. L’accusa era di aver «pensato e pianificato» di inviare diesel e carburante al porto di Hodeidah. Un commercio, va detto, perfettamente legale, soggetto ad autorizzazione della stessa marina saudita ed emiratina ma mai avvenuto. «Non avevo spedito nulla. Me lo dissero in tribunale: sei qui perché pensavi. E perché tuo padre non è con noi», ricorda.













