di
Monica Ricci Sargentini
Nel kibbutz di Kfar Aza, a ridosso della Striscia di Gaza, pochi metri più in là sorgono abitazioni nuove, ancora vuote. Ma nessuno è tornato a viverci stabilmente
KFAR AZA (Israele) - Sivan e Naor si abbracciano felici, i visi incorniciati da due felpe grigie. Ma le fotografie dei due giovani, appese sul muro della loro casa, sono crivellate dalle raffiche che, il 7 ottobre, attraversarono queste stanze. Siamo nel kibbutz di Kfar Aza, a ridosso della Striscia di Gaza, pochi metri più in là sorgono abitazioni nuove, ancora vuote. Nessuno è tornato a viverci stabilmente, ma circa il 60 per cento degli 850 abitanti dovrebbe rientrare gradualmente tra settembre 2026 e settembre 2027. È proprio questa volontà di ricominciare a rendere lacerante la scelta sul destino del quartiere dei giovani.
«Non deve essere facile pensare di tornare a vivere con accanto questo ricordo dell’orrore» dico ad Orit Zadikevitch, 55 anni,che qui ci è nata. «È il problema che si stiamo ponendo» risponde incupendosi. Dopo mesi di discussioni, il 70% dei membri del kibbutz ha votato per spostare il quartiere dei giovani e costruire un memoriale all’ingresso di Kfar Aza. Ma i genitori di alcuni ragazzi uccisi hanno fatto ricorso all’Alta Corte: quelle case, sostengono,sono la prova materiale di ciò che accadde il 7 ottobre. E devono rimanere lì. Non è uno scontro tra chi vuole ricordare e chi vuole dimenticare. È il dilemma che attraversa oggi Israele: come custodire una tragedia senza permetterle di occupare ogni spazio della vita?Camminiamo lungo i vialetti invasi dalle erbacce. Sulle facciate annerite e accanto ai pergolati spezzati compaiono i volti dei ragazzi che vivevano in queste case: Aviad Edri, Yuval Salomon, Yotam Haim, Niv Raviv, Nirel Zini e altri nove. Tredici giovani di questo quartiere furono uccisi il 7 ottobre. Ogni abitazione è diventata insieme una rovina, una biografia e una prova.







