A Napoli non piove mai, sosteneva Massimo Troisi in una delle sue improvvisazioni basate sui luoghi comuni dedicati a Partenope. E chi siamo noi per dubitare del genio di San Giorgio a Cremano? Almeno una volta, però, ha piovuto e fanno cent’anni di siccità perché era il primo agosto 1926, data di nascita della Società sportiva calcio Napoli. Ne parla “Primo agosto pioveva”, un libro pubblicato da Hoepli e scritto a dieci mani più un piede sinistro. Gli autori sono Daniele Amoroso, Giovanni Chianelli, collaboratore dell’Espresso, Alfredo De Dominicis, Alfonso De Vito e Giancarlo Piacci, con la prefazione di Viola Ardone. Il piede sinistro, che aleggia lungo il secolo di vita degli azzurri, ancor prima di manifestarsi in atto come potenza redentrice, è quello di Diego Armando Maradona. Il Pibe, morto a sessant’anni il 25 novembre 2020 in circostanze di cui si sta occupando un processo per omicidio nella capitale argentina, era vivo a Napoli prima di essere nato. I vari Attila Sallustro, Omar Sivori, Josè Altafini, Canè, Beppe Savoldi, Ruud Krol e la batteria non modesta di profeti in patria come Totonno Juliano e Ciro Ferrara, sono stati dantescamente l’anticipazione pagana del Messia di Lanús, arrivato a portare i primi due scudetti marchiati dalla sua presenza come se in campo ci fosse stato soltanto lui e non anche un undici principesco che ha potuto schierare Antonio Careca, Alemão, Bruno Giordano, Andrea Carnevale, Salvatore Bagni.In realtà, Troisi aveva ragione. Secondo gli autori, il primo agosto 1926 forse non pioveva affatto. Di sicuro, correva l’anno quarto dell’Era fascista e Benito Mussolini, all’inizio poco interessato a quello sport da inglesi, iniziava a comprenderne le potenzialità propagandistiche. Con la creazione della Divisione nazionale il calcio, nome scelto in odio agli anglicismi, si trasformava in una competizione che includeva il centrosud con due squadre romane (Alba Audace e Fortitudo), l’anglofila Internaples e diciassette club settentrionali che per decenni hanno continuato a monopolizzare gli scudetti con l’eccezione del 1941-1942 con la prima vittoria dell’As Roma, la squadra fondata nel 1927 che il Duce aveva eletto a sua per questioni di residenza.Pioggia o bel tempo, il nuovo Napoli è guidato al debutto dal presidente Giorgio Ascarelli, simpatizzante socialista e industriale ebreo che morirà a 36 anni nel 1930, ben prima delle persecuzioni razziali. Il primo campionato fu da record, purtroppo per i partenopei: la miseria di un pareggio in diciotto partite con sei gol fatti e 71 subiti, inclusi i nove della sconfitta contro l’Inter. L’anno dopo, grazie alle reti dell’oriundo paraguaiano Sallustro andò un po’ meglio con quindici punti invece che uno ma la squadra fu retrocessa.Non per l’ultima volta. Il secondo dopoguerra è stata un’alternanza di sogni senza lieto fine sotto la guida del comandante Achille Lauro, armatore sorrentino arrivato ai vertici del club nella stagione 1936-1937, amico di Galeazzo Ciano e, a differenza del genero del Duce, sopravvissuto al crollo del regime. «L’abominevole uomo delle navi», come fu ribattezzato da Luciano Bianciardi, scrittore e cronista del Guerin Sportivo diretto da Gianni Brera, «aveva l’abitudine di accogliere i suoi ospiti in tenuta adamitica (lo ha riferito, tra gli altri, Corrado Ferlaino in un’intervista alla Gazzetta dello Sport)». I suoi nudismi non lo aiuteranno a ottenere l’agognato scudetto che proprio Ferlaino porterà a Napoli a scorno di Brera che teorizzava l’impossibilità di vincere per la squadra di una città sul mare, causa debilitazione da scirocco. L’uomo del Rio de la Plata, el Diez, era esentato da questa tassa ambientale. La storia del suo ingaggio è nota. Diego non si trovava bene a Barcellona e nel campionato spagnolo dove un terrificante stopper dell’Athletic a nome Andoni Goikoetxea gli aveva distrutto una gamba. Il sindaco democristiano Vincenzo Scotti provvide a coprire la somma per l’acquisto attraverso un altro tifoso targato dc, il potentissimo presidente del Banco di Napoli Ferdinando Ventriglia.Dopo Diego la Napoli del calcio ha vissuto una lenta agonia fino all’agosto 2004, quando il tribunale ha decretato il fallimento del club dell’albergatore e costruttore Salvatore Naldi, subentrato a Ferlaino due anni prima. Gli azzurri sono ripartiti dalla serie C con Aurelio De Laurentiis, romano con gli azzurri nel cuore per questioni di famiglia. Il resto è storia recente, dal ritorno in serie A ai due scudetti nei tre anni fra il 2022 e il 2025. Due vittorie con due allenatori diversi e nessuna stella lontanamente paragonabile a Maradona che sopravvive alla sua scomparsa tanto da essere stato scelto come testimonial per le celebrazioni cittadine del primo agosto 2026, decretate dal sindaco Gaetano Manfredi, nolano che tifa Juventus e non ama, non riamato, De Laurentiis.In fondo al libro, «come un assist al novantesimo», c’è un glossario dedicato a Diego e alla sua leggenda e un paragrafo si intitola “Live is life”, canzone sulla quale Diego palleggia prima di una semifinale di coppa Uefa nello stadio di Monaco di fronte a 80 mila spettatori sbalorditi. Lo faceva già a quattordici anni, durante l’intervallo dei match del suo Boca juniors, per regalare un quarto d’ora di divertimento extra al pubblico. Quel pibe, in gergo platense, è ancora oggi l’immagine di copertina del Napoli e di questo libro appassionante.