Nei decenni recenti, non è raro riscontrare, soprattutto da parte di certi ambienti politici, il tentativo di coltivare, con insistenza e presunzione, un’immagine di sé intesa come quella di unici autentici “campi della lotta alla mafia”, quasi che la legittimità di determinate azioni si possa misurare in base all’appartenenza o meno a una sorta di “clan dell’antimafia” e non in virtù della concreta ed efficace sostanza delle azioni messe in campo, anche se nessuna di esse può, oggettivamente, considerarsi né del tutto esaustiva, né sempre tempestiva.

Questo atteggiamento, che Leonardo Sciascia denunciava con sospetto e diffidenza, ieri come oggi, rischia di trasformare l’antimafia in una nuova forma di potere, in una sorta di “mafia dell’antimafia”, vale a dire di un’élite che si auto attribuisce il monopolio della moralità e della legalità e che, a volte, può giungere ad utilizzare il tema della lotta al crimine organizzato per legittimare scelte discutibili, oppure per marginalizzare eventuali interlocutori politicamente scomodi.

Sciascia non nutriva fiducia illimitata verso le organizzazioni antimafia, né verso l’efficacia concreta di alcuni provvedimenti normativi sino ad allora adottati, proprio perché temeva che la mobilitazione morale potesse trasformarsi in un monopolio politico e culturale, più che in un autentico ed efficace servizio alla sicurezza ed alla giustizia.