EY ha pubblicato ieri la nuova edizione dell’Attractiveness Survey Italy, una ricerca che restituisce l’immagine di un’Italia più solida di quanto suggerisca la sua abituale autorappresentazione, ma ancora lontana dal proprio potenziale. Nel 2025 sono stati annunciati 206 progetti di investimento diretto estero, in calo dell’8 per cento: una flessione quasi identica a quella europea, ma meno grave rispetto a quelle registrate da Francia, Regno Unito e Germania. La quota italiana sul mercato europeo resta stabile al 4,1 per cento, più che doppia rispetto al periodo precedente al Covid, e il paese conserva il settimo posto per numero di progetti. Non è un boom, ma è la conferma che l’attrattività italiana non è più episodica. Il secondo punto di forza è la specializzazione produttiva. I progetti nei prodotti industriali e nella mobilità salgono da 43 a 58, mentre quelli nei data center passano da 2 a 8. L’Italia attrae inoltre capitali da geografie diverse: gli Stati Uniti rappresentano il 18 per cento degli investimenti, la Germania il 14, mentre crescono Giappone, Cina e paesi arabi. Migliora anche la percezione del paese: l’Italia sale al nono posto europeo per attrattività, il 56 per cento degli intervistati prevede progressi nei prossimi tre anni e il 48 per cento intende aprire o ampliare attività in Italia.I punti deboli restano però evidenti. La quota del 4,1 per cento è ancora modesta rispetto al peso dell’economia italiana e il calo dei progetti dimostra che il consolidamento non equivale a una svolta. Gli investimenti sono inoltre troppo concentrati: il Nord-Ovest intercetta il 59 per cento del totale, la Lombardia da sola il 44, mentre il Sud si ferma al 10 per cento. La Lombardia perde peraltro il 22 per cento dei progetti e la quota di imprese intenzionate a investire scende dal 51 al 48 per cento. Il limite decisivo riguarda la capacità di trasformare l’interesse in investimenti effettivi. Sicurezza, qualità della vita, forza lavoro, infrastrutture e competitività fiscale aiutano; burocrazia, complessità normativa, scarso sostegno ai settori strategici, investimenti insufficienti nella formazione, costo dell’energia e lentezza delle autorizzazioni frenano. L’Italia ha smesso di essere poco attrattiva. Non è ancora attrattiva quanto potrebbe.