Non c’è più modo di separare Mosca da Pyongyang, e per fermare la Russia bisogna fermare la Corea del nord, e viceversa. La consapevolezza di una relazione di codipendenza inizia a farsi strada sempre di più anche alla Casa Blu, nel palazzo presidenziale di Seul, cioè nel luogo dove fino a poco tempo fa veniva nutrita la speranza che i due scenari – la guerra in Europa e quella potenziale in Asia – potessero restare separati. La visita a Mosca di Choe Son Hui, potente ministra degli Esteri nordcoreana, che si è conclusa ieri non fa che rafforzare l’idea di un legame ormai indissolubile, in vista di una potenziale nuova visita nella capitale russa del leader nordcoreano Kim Jong Un. Choe Son Hui è una delle figure più rappresentative dell’élite diplomatica nordcoreana, la sua è una carriera che sovrappone privilegi e meriti personali. Nata a Pyongyang nel 1964, fu adottata da bambina da Choe Yong Rim, una figura potente dell’apparato di potere (primo ministro e segretario generale del Presidium dell’Assemblea popolare suprema), che le apre la strada a un’educazione internazionale fra Cina, Austria e Malta. Impara alla perfezione l’inglese e si costruisce una familiarità con il mondo occidentale fuori dal comune, che l’aiuta nella carriera all’interno della nomenklatura del Partito: entra al ministero degli Esteri nel 1988 come interprete, lavora per anni nell’ombra al fianco dei grandi negoziatori nordcoreani, fa da interprete ai Colloqui a sei sul nucleare, e persino durante la visita di Bill Clinton a Pyongyang nel 2009; poi scala i gradi del dipartimento America fino ad arrivare, nel 2022, al vertice del ministero degli Esteri. Secondo diversi esuli nordcoreani di alto livello, Choe viene ascoltata da Kim, anche nella costruzione delle relazioni che stanno trasformando la Corea del nord da paese paria a elemento fondamentale dell’instabilità globale, con un ruolo fondamentale ma tenuto perlopiù in ombra dei media internazionali.Quella della ministra Choe in Russia è la sua prima visita da circa nove mesi, dopo quella dell’ottobre 2025, quando incontrò sia il suo omologo russo, Sergei Lavrov, sia il presidente Vladimir Putin. Anche ieri Choe ha incontrato il capo del Cremlino, che ha elogiato le relazioni bilaterali e ha ribadito la sua “gratitudine alla leadership e al popolo nordcoreano” per il sostegno offerto nella guerra contro l’Ucraina. Gli osservatori a Seul considerano l’incontro preparatorio a una potenziale missione a Mosca di Kim Jong Un, che non ha mai messo piede nella capitale russa e ha incontrato Putin l’ultima volta nel 2025 a Pechino, in occasione della parata militare del giorno della Vittoria celebrata dal leader cinese Xi Jinping. Secondo Tongil News, specializzata in notizie intercoreane, la Corea del nord si sta costruendo un ruolo di perno centrale nell’asse che va da Mosca a Pechino: qualche giorno prima del viaggio di Choe in Russia, è volata a Pyongyang una delegazione cinese guidata da Wang Huning, presidente della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, quarto uomo più potente della Cina e famoso e influente politologo considerato tra i suggeritori di Xi Jinping. Subordinate a questa danza diplomatica fatta di sostegno militare ed economico ci sono solide convergenze di politica internazionale: tutti e tre i paesi, per esempio, hanno condannato la presenza di Giappone e Corea del sud al vertice Nato di Ankara. Giovedì scorso si è scomodato perfino il viceministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko, che ha convocato l’ambasciatore sudcoreano a Mosca, Lee Seok-bae, per esprimergli “le preoccupazioni della Russia” riguardo al crescente avvicinamento della Corea del sud alla Nato, e ha pure avvertito che se la Corea del sud dovesse dispiegare sul proprio territorio il sistema missilistico statunitense Typhon, che a giugno è stato già dispiegato dagli Stati Uniti in Giappone, la Russia lo considererebbe una minaccia alla propria sicurezza e risponderebbe “in modo proporzionato”.Nel mondo alla rovescia dei regimi protestare per un potenziale dispiegamento in Corea del sud a fronte di un massiccio aiuto di uomini, mezzi e munizioni da parte della Corea del nord può essere perfettamente coerente. E’ una minaccia che ha una ricaduta concreta: secondo alcune immagini satellitari analizzate la scorsa settimana da Radio Free Asia, da poco più di un anno la Corea del nord ha costruito almeno 21 edifici identici, del tipo che si definisce “drive-through”, cioè con ingresso da un lato e uscita dall’altro, in alcune piccole basi dell’esercito nordcoreano appena a sud di Kaesong, cioè a pochi chilometri dalla Zona demilitarizzata e a solo una cinquantina di chilometri da Seul. Si tratta di edifici verosimilmente pensati per ospitare e mantenere lanciarazzi multipli o veicoli trasportatori-lanciatori. Ieri Lavrov, dopo la riunione con Choe, è volato a Manila per il vertice Asean, e discuterà con gli altri leader regionali anche dei “rischi” legati alla “militarizzazione dell’Indo-Pacifico”.
La Corea del nord ora si prende più spazio fra Russia e Cina
La ministra degli Esteri di Kim Jong Un, Choe Son Hui, vola da Putin. Lavrov va a Manila al vertice Asean. Il contagio della destabilizzazione inizia da Pyongyang







