Mastromarino

Il campo di battaglia in cui si è consumata la guerriglia dell’altra notte è stato ripulito. Le carcasse delle tre auto incendiate e i cartelli stradali, usati come lance dagli antagonisti, sono stati rimossi, i sampietrini e i massi, impugnati dai professionisti del disordine, pure. Sull’asfalto non ci sono più nemmeno i candelotti dei lacrimogeni impiegati dalla polizia per reprimere i 200 facinorosi che hanno continuato a mettere a ferro e fuoco il centro fino a poco prima dell’una di notte. Di quelle ore di violenza e devastazione restano i feriti, 64 tra le forze dell’ordine, e sei mezzi di polizia danneggiati. Di quella furia rimangono le vetrine rotte e gli insulti, feroci, vergati sui muri, le colonne e gli ingressi dei negozi.

Tutti indirizzati alla "polizia assassina", come è stata definita durante la manifestazione di lunedì. Anche di fronte alla piazza pacifica ’chiamata’ dal sindaco Matteo Lepore, con la famiglia di Abderrhaim Fakir. Parole infelici, vergate durante lo scontro tra ’attivisti’ e le squadre del Reparto mobile. "Morte alle guardie", con di fianco la ’A’ anarchica, "sbirro suicidato, mezzo perdonato" e altri epiteti simili. Ogni tanto compare il motivo per cui, teoricamente, i rivoltosi sono scesi in piazza, ossia "giustizia per Fakir", la cui morte è definita "omicidio di Stato". Gli imbrattamenti comparsi in via Ugo Bassi e limitrofe, dove si sono concentrate le violenze, sono più di una decina. Altre scritte in via Di Vincenzo, dove è stato inaugurato il posto di polizia, mentre a Porta San Donato è stato affisso un lenzuolo: "Ucciso dallo Stato di polizia".