Due indizi cominciano a essere più di una coincidenza. In attesa del terzo che può fare una prova e che potrebbe arrivare con i dati dei versamenti d’imposta dei mesi estivi, la cedolare secca sugli affitti continua nel suo trend discendente. Il 2025 si era chiuso con un calo complessivo del 2,2%, attestandosi a 4,69 miliardi di euro (si veda «Il Sole 24 Ore del Lunedì» del 30 marzo), che soprattutto rappresenta la prima inversione di tendenza dopo 13 anni vissuti di continuo con il segno più. I primi cinque mesi del 2026 vanno sullo stesso solco: il gettito complessivo della tassa piatta sulle locazioni di abitazioni si è attestato a 318 milioni, che rappresentano un calo del 25,5% (-109 milioni) sullo stesso periodo del 2025, anche se a maggio l’andamento è stato positivo con un differenziale in aumento di 4 milioni rispetto al dato dell’anno precedente.

L’aliquota al 10% sui contratti a canone concordato

Da che cosa può essere prodotto questo effetto? Mettiamo subito in chiaro che per avere un quadro dettagliato bisognerà attendere almeno il dettaglio delle dichiarazioni 2026 (relative all’anno d’imposta 2025), che sono in corso di presentazione (il 730 scade il 30 settembre, mentre il modello Redditi il 2 novembre). Tra le ipotesi, potrebbe esserci un effetto di spostamento della cedolare dall’aliquota al 21% per i contratti a canone di mercato a quella del 10% sui contratti di locazione a canone concordato. Va ricordato che per l’utilizzo della cedolare al 10% su questi ultimi esistono vincoli ben determinati. Infatti, l’aliquota ridotta per i contratti a canone concordato può essere applicabile ai contratti siglati nelle grandi città (Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia), nei Comuni confinanti, negli altri Comuni capoluogo di provincia e negli altri centri minori ad altra tensione abitativa individuati dal Cipe. Inoltre, la cedolare al 10% può essere applicata nei Comuni per i quali sia stato dichiarato lo stato d’emergenza nei cinque anni precedenti il 28 maggio 2014 e nei Comuni colpiti dal sisma del 2016 in Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. All’interno di questo perimetro, uno spostamento verso l’aliquota del 10% può aver prodotto meno gettito. Naturalmente, vanno sempre considerati i “rapporti di forza”: dalle dichiarazioni 2025 emerge come i proprietari che hanno pagato l’aliquota del 21% siano circa 2 milioni mentre quelli con aliquota al 10% siano, invece, 1,1 milioni.