Alla Galletti di Bentivoglio, nel Bolognese, azienda che produce pompe di calore e impiega circa 250 persone, ora si lavorerà di meno ma guadagnando lo stesso stipendio. Lo prevede il rinnovo dell'accordo integrativo, concordato tra i vertici dell'impresa e i sindacati. In pratica, l'orario settimanale passerà da 40 a 34 ore, senza però rivedere le buste paga.

A questo si aggiunge un premio di risultato fino a 2.150 euro, l'aumento dell'importo dei buoni pasto e un contributo aggiuntivo da parte dell'azienda al fondo di previdenza complementare di categoria. Sempre i sindacati, al gruppo Barilla, colosso del settore alimentare, hanno rinnovato l'integrativo per 4mila persone introducendo misure appunto per conciliare i tempi del lavoro con quelli familiari come l'aumento dei permessi per l'inserimento dei bimbi all'asilo nido e alla materna, per le malattie dei figli, per assistere i genitori anziani e per sostenere eventuali percorsi preadottivi.

Insomma, la linea è chiara: si chiedono più soldi, magari legandoli alla produttività e ai risultati aziendali, ma allo stesso tempo si vuole avere maggiore tempo a disposizione, per gestire anche i problemi familiari, però senza penalizzazioni economiche. E tutto questo viene costruito attraverso intese singole, all'interno delle imprese, perché purtroppo i contratti nazionali non contemplano queste casistiche. Ovvio che per le aziende è un costo in più, ma sicuramente il benessere dei dipendenti può far bene anche all'ambiente lavorativo. Soprattutto perché i permessi ad esempio per accudire figli o genitori anziani sono un segnale di civiltà: non si può essere penalizzati se si ha una famiglia. Concetto sul quale anche il governo dovrebbe spingere a livello normativo.