L’Istat certifica una crescita della produttività dello 0,3 per cento l’anno dal 1995. La Banca d’Italia stima che l’intelligenza artificiale possa valerne oltre uno. Tre riforme, un Comitato al Cnel e la partita europea del calcolo. L’analisi di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale
Un decimale può pesare quanto una generazione. Quello italiano si chiama 0,3 per cento: la crescita media annua della produttività del lavoro tra il 1995 e il 2024, certificata dall’Istat nelle serie diffuse a dicembre. Nell’ultimo decennio la Ue27 è avanzata dell’1,1 per cento l’anno, quasi quattro volte il nostro passo, e il 2024 si è chiuso con un altro segno meno: -1,9. Su questo sfondo arriva l’intelligenza artificiale. Nelle Considerazioni finali del 29 maggio il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha messo in fila i due scenari: 0,2 punti l’anno se l’adozione resta lenta, oltre un punto se diventa rapida e pervasiva. Per un Paese fermo allo 0,3 da trent’anni, la distanza tra quei due scenari vale un decennio di crescita.
Chi guarda alla velocità ha argomenti seri. Nel 2025, secondo l’Istat, il 16,4 per cento delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale; un anno prima era l’8,2. Un raddoppio in dodici mesi, il ritmo più alto mai registrato, mentre la media europea si ferma al 20 e la Danimarca tocca il 42. Il ritardo esiste, la distanza si sta chiudendo.






