Per la maggior parte della nostra storia evolutiva siamo stati cacciatori e raccoglitori. Cercavamo piante commestibili, inseguivamo le prede, leggevamo il paesaggio. Conoscere la natura era una questione di vita o di morte.
Con la rivoluzione agricola, circa diecimila anni fa, abbiamo delegato la produzione del cibo all’agricoltura e all’allevamento: non è stato più necessario andare a caccia. Eppure l’evoluzione culturale è molto più rapida di quella biologica. Molte pulsioni ataviche ancora abitano il nostro cervello, plasmato per centinaia di migliaia di anni di dipendenza diretta dalla natura. Per questo la caccia sopravvive come attività ricreativa. Non per procurarci il cibo, ma per soddisfare un istinto ancestrale.
Il problema nasce quando trasformiamo questi impulsi in un criterio per governare la natura. Prima abbiamo portato all’estinzione o alla rarità molte specie con la caccia e la distruzione degli habitat. Poi, quando ci siamo accorti di aver impoverito il mondo vivente, abbiamo iniziato a reintrodurle. Talvolta per poter continuare a cacciarle. Altre volte perché ci piace vivere in un paesaggio popolato da animali spettacolari. Orsi e lupi, ad esempio, sono “belli”. Purché restino nelle fotografie. Se si comportano da orsi e da lupi, frequentano i paesi, predano animali domestici o, rappresentano un pericolo anche per l’uomo, torna la richiesta di abbatterli.






