Quindi Matteo Renzi non fa parte del campo largo, lo schieramento di sinistra ribattezzato con più esattezza “campo Lavrov» da Pina Picierno. L’ha detto Renzi stesso al Corriere della Sera: il campo largo è quello composto dal partito unico Pd-Avs-grillini, mentre Italia viva e Casa riformista ne sono fuori, ma la gamba riformista è necessaria affinché il polo di centrosinistra possa essere competitivo per il governo del paese.
L’intervista è una gran bella notizia per quella che gli americani definiscono legacy, l’eredità politica di Matteo Renzi, che certo non può essere uno che si riduce a fare il vassallo di Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni, i quali peraltro non lo accettano nemmeno in questa veste.
Renzi, come al solito, è machiavellico, è realista: probabilmente ha stretto un accordo politico con Elly Schlein, la prima segretaria del Pd creata con l’intelligenza artificiale, e ora sta provando a ribaltare in un’opportunità politica il niet nei suoi confronti da parte degli altri capi del Campo Lavrov, i quali come è noto non lo invitano ai party e hanno in comune soltanto l’odio nei confronti di tutto quello che di buono ha fatto Renzi al governo.
Ora che è evidente che là dentro non lo vogliono, la manovra di Renzi è questa: la sinistra populista non potrà mai battere da sola Giorgia Meloni, per farlo avrà bisogno di allearsi con i riformisti e i liberali di centrosinistra, cioè con lui, Renzi, l’unico soggetto tra i tanti d’area che può presentare le liste elettorali senza dover fare le acrobazie legate alla raccolta delle firme.









