Quando Emanuel Gat ha posto mano a “Five Days in the Sun” (cinque giorni al sole) presentato in prima assoluta a Montpellier Danse e quindi andato in scena al Teatro Malibran di Venezia per la Biennale Danza, forse aveva in mente alla città in cui lo avrebbe portato. Perché “Five Days in the Sun” ricorre alla quinta Sinfonia di Mahler. Non solo ma Gat decide di chiudere lo spettacolo con il famoso “Adagietto”, rinunciando all’ultimo movimento. E allora, per un momento, la musica ha il sopravvento sulla danza. Perché quella è la musica di “Morte a Venezia” di Visconti e le immagini di Silvana Mangano, Dirk Bogarde e Biörn Andresen, il giovane di cui si innamora il dottor von Aschenbach emergono prepotenti. Ma è solo una impressione perché fortunatamente la danza di Gat porta da tutt’altra parte. Per questo lavoro Gat ha selezionato dodici danzatori, tutti di forte presenza e grande bravura. E il suo racconto può essere esplicitato così: da una situazione fantasmatica in cui tutti vestono fluide e leggere tuniche color sabbia (costumi di Inez Vicher) a una realtà dove i danzatori indossano costumi semplici ma anche slip da bagno bikini o biancheria intima. L’inizio, come la sinfonia, è eroico e grandioso. Gat sceglie una gestualità fatta di slanci, un afflato che accomuna il gruppo pur rinunciando all’unisono. Quando l’insieme è unito i gesti divergono e la sensazione è che il coreografo abbia voluto descrivere una comunità che progredisce e si sviluppa. Anche quando il gruppo è ammassato. O si ripresenta alla riapertura del sipario che viene abbassato un paio di volte. Gat maestro di una danza sensuale, ammiccante, coinvolgente, mai volgare, muove i suoi ragazzi secondo una gestualità che appartiene al suo stile particolare, сertamente contemporaneo, ma non apparentabile con nessun filone preciso. Che coinvolge completamente il corpo degli interpreti senza privilegiare gambe, torso o braccia. C’è anche un assolo femminile di hip hop. Ulteriore testimonianza della versatilità coreografica di Gat. Per il finale sull’”Adagietto” la danza non asseconda quella musica così “ingombrante” ma prosegue con lo stile che caratterizza tutto il brano. Semplicemente i danzatori abbandonano i diversi costumi e ripropongono le lunghe e fluide tuniche. La Biennale danza diretta da Wayne Mcgregor e intitolata “Time Does Not Exist” in programma sino al primo agosto ha attribuito il leone d’oro alla compagnia australiana composta da aborigeni Bangarra Dance theatre e il Leone d’argento alla sudafricana Mamela Nyamza. E il sospetto di una “sindrome dell’ex colonialista” purtroppo emerge. Proprio per evitare di cadere in questa trappola occorre dir che il brano della coreografa malgascia Soa Ratsifandrihana intitolato “Fampitana, fampita,fampitana” è poco convincente e la volontà di far convergere diversi stili contemporanei non raggiunge il suo scopo. Per fare il punto sullo sviluppo di una manifestazione che ha convocato nel tempo compagnie, titoli e direttori di rilievo, l’organizzazione ha dato vita a un incontro dove cinque direttori succedutisi nel tempo hanno raccontato la priora Biennale. Sono intervenuti Frédèric Flamand, Carole Armitage, Virgilio Sieni, Marie Chouinard, Wayne McGregor, l’attuale direttore artistico. È riemersa così la storia di una manifestazione che vide la luce nel 1999 con Carolyn Carlson.