Il fiume Po è sempre più in secca, insieme a lui anche i principali laghi della Penisola, mentre in alta quota gli accumuli nevosi residuali sono pressoché nulli e inferiori alla media. Nei giorni scorsi a Pontelagoscuro, stazione di riferimento per il controllo del basso corso del Grande fiume, la portata è scesa a poco più di 300 metri cubi al secondo, contro una media storica superiore a 1.100 metri cubi al secondo. In alcuni giorni sono stati misurati valori prossimi ai 260 metri cubi al secondo, ben al di sotto della soglia di sicurezza considerata necessaria per contrastare la risalita del cuneo salino dal Mare Adriatico. La conseguenza è che l'acqua marina è penetrata per circa 25 chilometri all'interno del delta, mettendo sotto pressione ecosistemi, attività agricole e approvvigionamenti idrici locali.

E non va molto meglio nel resto del Paese, col rischio siccità che scende lo Stivale arrivando ormai ad affacciarsi anche in Toscana. Del resto a livello nazionale resta fermo al palo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Approvato dal Governo Meloni nel gennaio 2024 dopo una lunghissima gestazione, il Pnacc ha individuato 361 azioni settoriali, ma è ancora privo dei finanziamenti e della governance necessari ad attuarle.