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Doveva essere un affare da sogno, rischia di diventare un pozzo senza fondo. Il terremoto che ha devastato il Venezuela è suonato come un brusco risveglio per gli Stati Uniti che, dopo aver rovesciato Nicolás Maduro, si preparavano a raccogliere i frutti dell'alleanza con Delcy Rodríguez e grazie all'apertura delle più grandi riserve petrolifere e dei più vasti giacimenti minerari del mondo. Ora, evidenzia il Wall Street Journal, l'amministrazione Trump si trova ad affrontare un'imponente opera di ricostruzione da miliardi di dollari per ripristinare strade, linee elettriche ed edifici.
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Le Nazioni Unite stimano i danni alle infrastrutture a circa 37 miliardi di dollari, equivalenti a circa un terzo del Pil annuale del Venezuela. Bisogna rimuovere le macerie, recuperare i corpi e costruire nuove case per migliaia di persone che dormono negli stadi di baseball e per strada. I ricercatori dell'Università Statale dell'Oregon stimano che 69.000 edifici siano stati danneggiati o distrutti nelle comunità costiere del Venezuela, come quelle di Catia La Mar, a 45 minuti di auto da Caracas, nello stato costiero di La Guaira. I venezuelani chiedono aiuto a un'amministrazione statunitense che afferma di essere al comando del Paese. Rodríguez ha già dovuto affrontare forti critiche per le operazioni di ricerca e soccorso del suo governo e la mancata ricostruzione rischia di alimentare ulteriori disordini, rappresentando una sfida non solo per la sua presa sul potere, ma anche per l'amministrazione statunitense, che la considera fondamentale per i suoi piani di stabilizzazione del Venezuela.






