Migliaia di coloni israeliani si sono mobilitati verso il confine settentrionale della Striscia di Gaza con un obiettivo esplicito: ricolonizzare l'enclave palestinese e ricostruire gli insediamenti smantellati nel 2005 .Caravan in sosta, autobus pieni e migliaia di persone ammassate a un passo dalla Striscia di Gaza.Ma dietro i canti religiosi, i richiami messianici e le rivendicazioni di chi chiede "vendetta" in nome della sicurezza, si nasconde un calcolo politico estremamente pragmatico: i coloni hanno fretta e vogliono creare fatti compiuti sul terreno prima delle prossime elezioni che si terranno a ottobre. La mobilitazione, la più grande dal 7 ottobre 2023 ad oggi, è stata dettata da una precisa urgenza strategica, l'attuale esecutivo garantisce ai coloni una copertura istituzionale e un margine di manovra senza precedenti, un sostegno totale che temono di perdere in caso di un cambio di leadership. Per questo la spinta ad agire è ora: occupare la Striscia e piantare le tende significa blindare il progetto di ricolonizzazione prima che le urne possano rimescolare le carte e portare al potere un governo meno incline ad assecondarli.Tra le migliaia di coloni in marcia verso Gaza, anche decine di parlamentari e ministri della coalizione di Benjamin Netanyahu. Tra loro il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich. "Questa è la nostra terra, vogliamo costruirla, e questa sarà la nostra vendetta. È solo l'inizio", dichiara uno dei manifestanti. Parole che, coperte dall'avallo dei ministri in carica, smettono di essere la provocazione di una minoranza estremista per trasformarsi nel programma politico, imminente, di una parte rilevante del governo israeliano.