C’è stato un tempo in cui la musica pop e rock era popolata di giganti, talmente tanti e talmente potenti che noi comuni mortali, scriventi di musica, ci potevamo perfino permettere di snobbare una come Madonna. Quando nel 1985 si presentò a Live Aid nel mezzo della più potente dimostrazione di forza della musica dei tempi moderni, tra Queen e U2, Paul McCartney e Tina Turner, sembrò una ragazzina sfacciata e decisamente fuori luogo. Abbiamo poi imparato come il senso dei tempi passasse anche attraverso la sua musica, e soprattutto il suo saper intrecciare iconografia, costume, trasgressione, orgoglio femminile, al punto che oggi, epoca di gente comune, senza giganti all’orizzonte, viene da rimpiangere tanta grandezza e guardare con simpatia la maturità tutto sommato quieta della regina, che torna a usare una parola a lei molto cara. È tipico del suo mondo associare il termine “confession”, con tutti i riverberi religiosi che la parola può avere, con il peccaminoso territorio del dancefloor, particolarmente torbido proprio nell’accezione che lei gli ha dato. L’aveva già fatto vent’anni fa con “Confessions on a dancefloor”, ora l’ha rifatto col nuovo disco, “Confessions II”, dove tra l’altro si concede un generoso dialogo, in “Bring your love”, con Sabrina Carpenter, una delle pretendenti al trono di regina del pop che in questi anni è rimasto vacante, perché nessuna delle aspiranti è riuscita a prendere il posto dell’unica vera regina: neanche Lady Gaga, che sembrava la più agguerrita. E dunque lei, Madonna, ha deciso di scrivere la seconda parte di quello che è stato il suo ultimo grande successo. Continua a usare il dancefloor come territorio privilegiato, soprattutto nella prima parte del disco, e inizia con un parlato torbido, vecchia maniera, come se volesse ripartire dal punto in cui il discorso si era interrotto: ma ora più che letterale il dancefloor è metaforico, un simbolo di libertà, un trono a misura della regina che stavolta si può davvero confessare, rievocando i fasti della perdizione erotica, ma anche concedendosi pezzi più intimi. Per accompagnare la nuova impresa ha immaginato una frase che ribadisce il suo primato: «I miei peccati sono la mia salvezza», titolo del pezzo metà in francese metà in inglese che ha inciso con Stromae. Altrove dialoga con la figlia, riconoscendo così che una regina deve ammettere quando gli eredi sono cresciuti e pronti a governare. Ma senza rinunciare a esercitare una sorta di dominio, meno aggressivo, più sincero, in linea con gli ultimi anni di social in cui si è mostrata al mondo senza troppi veli. Impersonando una delle nuove maschere, ha precisato con regale alterigia: «Posso essere chiunque voglio», e chi siamo noi per contraddire tale autorevole certezza?