Pubblicato il: 20/07/2026 – 6:56
di Mariateresa Ripolo
REGGIO CALABRIA Un arsenale da guerra pronto all’uso custodito nel cuore della periferia reggina. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, confluite nell’inchiesta “Epicentro 2”, hanno acceso i riflettori sul «carattere armato del sodalizio»: un’organizzazione criminale che garantiva la propria egemonia territoriale attraverso la sistematica acquisizione e il controllo di una mole impressionante di armi da fuoco, affiancando alla gestione manageriale del narcotraffico nel quartiere di Arghillà un potenziale militare di assoluto rilievo.
Al centro si colloca la figura di Fabio Morelli, che in qualità di «promotore, dirigente ed organizzatore dell’articolazione della ndrangheta geneticamente riferibile al territorio di Arghillà», Morelli aveva assunto le redini del clan a causa della carcerazione dei fratelli Cosimo, detto “Cocò”, e Andrea. Tra le sue mansioni principali, oltre al mantenimento dei rapporti con le altre famiglie mafiose di Catona, Archi e dell’intero mandamento cittadino, vi era proprio la gestione logistica del fuoco: l’indagato «acquistava e custodiva le armi del sodalizio, costituendo imponenti arsenali di armi da fuoco e munizionamento di ogni tipologia». «Illegalmente deteneva – scrive il gip – e portava in luogo pubblico (ovvero consentiva che terzi le portassero in luogo pubblico), circa 80 armi da fuoco di modello e calibro imprecisati».







