Maggiore consapevolezza, scegliere i modelli giusti e lavorare su come proteggere la conoscenza all’interno delle imprese. Sono alcuni dei punti fermi che le aziende devono tenere nell’adozione dell’intelligenza artificiale. Un dibattito riacceso anche dalle riflessioni di Franco Bernabè, intervistato ieri su questo giornale a proposito del rapporto tra investimenti, produttività e dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti. Secondo il report “Il digitale in Italia 2026”, realizzato da Anitec-Assinform, l’anno scorso la quota di imprese con almeno dieci addetti che ha utilizzato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale ha raggiunto il 16,4%, un valore più che raddoppiato rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023. Secondo lo stesso studio, l’85,3% di chi adotta l’Ai vuole migliorare l’efficienza operativa e l’efficacia dei processi di funzioni e strutture organizzative.
Lo fa ogni giorno Patrizia Paglia, vicepresidente Anfia e amministratrice delegata di Iltar-Italbox, che produce componenti plastici per l’automotive e conta circa 65 dipendenti. «Lo sforzo che stiamo facendo - spiega - è quello di cercare agenti digitali, cioè sistemi di intelligenza artificiale che, entrando all’interno dei nostri sistemi, possano tirare fuori dei dati. La usiamo sul sistema di fabbrica che gestisce la produzione, e cerchiamo di estrapolare le informazioni che poi possiamo incrociare con altri dati aziendali, che forniscono statistiche sulla produzione, che raccolgono dettagli sulle caratteristiche del prodotto, sulla qualità. Funzionano un po’ come evoluzioni dei software che ci sono già». L’effetto positivo sulla produzione si vede, racconta l’ad, c’è un’accelerazione, ma l’azienda sta cercando di sviluppare un modello interno insieme agli sviluppatori, che sono gli stessi fornitori del software generale adottato da anni. L’obiettivo è avere sempre informazioni verificate ed evitare fughe di dati. «Abbiamo provato a utilizzare piattaforme come Claude, cercando di raccogliere dati dall’esterno, ad esempio sui prezzi dei materiali, ma il risultato ottenuto non era credibile - spiega - questo da un lato è la prova che non possiamo essere sostituiti dall’Ai».






