«Luce, aria, spazio». La sintesi di una giovane volontaria del servizio civile appena uscita dal tour del cantiere guidato dal sindaco Lo Russo, sarebbe piaciuta molto all’ingegner Pier Luigi Nervi. Sotto la volta mozzafiato di Torino Esposizioni si prova la sensazione di galleggiare nel vuoto. Decine di persone ci lavorano silenziose, gilets gialli e caschetti rossi: «Siamo qui da quasi tre anni, tutto deve essere pronto per settembre», dice con la stanchezza di una giornata sferzata dalla grandine il giovane operaio che alle 18 in punto chiude i lucchetti dei tre cancelli sul viale Boiardo. Dietro le barriere blu del cantiere sta prendendo vita qualcosa di molto più grande della nuova Biblioteca Centrale. È l’evoluzione di un teatro dell’anima cittadina. Qui dove la fusione di architettura e ingegneria aveva celebrato l’industria, ora nasce un tempio civile in un ambizioso incontro tra cultura e natura. È una buona idea? «Certo - risponde l’economista Mario Deaglio - meglio una biblioteca che l’eventuale ritorno di un inattuale salone dell’auto. E poi biblioteca vuol dire fare rete con il mondo». Come molti (tutti) i ragazzi torinesi della sua generazione, Deaglio ha vissuto il rituale del Salone dell’Auto, le lunghe code all’ingresso (e spesso pioveva), l’immenso padiglione scintillante di carrozzerie. Come tutti ha schiacciato il naso contro i finestrini delle vetture più potenti per scrutare i tachimetri e sognare corse folli. Allora, negli anni del boom, non faceva paura la velocità. Erano previsti percorsi di prova. I più fortunati riuscivano persino a fare un giro con un vero pilota. Roberto Casiraghi, curatore di mostre eventi di arte contemporanea, che anni dopo avrebbe inventato Artissima sotto la volta di Nervi, ricorda da ragazzino di aver fatto un giro in collina schiacciato nello strettissimo sedile posteriore della Lancia HF guidata da Sandro Munari, allora re dei piloti da rally. Il biglietto di ingresso dava diritto anche alla visita del museo dell’Auto, dov’era custodita come una reliquia l’Itala, del leggendario raid Pechino-Parigi nel 1907 e la non meno suggestiva Ferrari di John Surtees campione del mondo nel 1964. Torino celebrava se stessa e lo spirito del tempo in un immaginario compatto e consensuale, l’ottimismo del boom consentiva alla città di reinventarsi lo status perduto di capitale, il Salone rivaleggiava con Ginevra, appuntamento cruciale dell’anno automobilistico. Le ragazze di buona famiglia si mettevano in coda settimane prima per un posto da standista. Era nato negli anni Trenta come padiglione della Moda (progettista un’altro totem dell’architettura come Ettore Sottsass): Torino piccola Parigi, la leggenda delle “sartine” e dei biondi studentini che amoreggiavano al Valentino era diventata industria riconosciuta nel mondo. Quelle che oggi si chiamano “fashion week” (Milano-Parigi-Londra-NewYork) si sono tenute qui fino ad inoltrati anni Settanta: si chiamava Samia, e se volete rivivere lo spirito del tempo, aprite YouTube, si trovano i celebrativi cinegiornali. Nell’area di Torino Esposizioni soffia dunque un “genius loci” composto e impegnativo, timbrato nell’iconografia più diffusa dal sensazionale padiglione centrale, che Pier Luigi Nervi cominciò a progettare nel 1947 sperimentando su grande scala un materiale come il ferrocemento: cento dieci metri per 95, una cattedrale con abside rivolta alla collina che esonda idealmente sul Po, una celebrazione laica, l’ingegneria che si fa spirito. «Luce, aria, spazio», appunto. E da tutto il mondo son venuti a studiarla. Casiraghi ricorda un prof giapponese che con i suoi studenti s’era messo a fare conti su conti per concludere che «non poteva stare in piedi». Il vecchio architetto Aimaro Isola (98 anni anni compiuti a gennaio, insieme a Roberto Gabetti protagonista emblematico dell’architettura torinese del dopo guerra) in un incontro con suoi ex allievi, l’ha raccontata come un’ossessione: «Mi tormentava quando la sera, tornando a casa dal Politecnico, camminavo sul viale dei tigli. Lungo il Po c’erano ancora le baracche degli immigrati che aspettavano la chiamata della Fiat. Mi sembrava che potesse diventare un asse di vita e di cultura in un mondo nuovo, verde e divertente da vivere». L’architetto Saverio Isola, figlio di Aimaro (e questo passaggio di generazione non è meno simbolico) ha firmato il progetto della biblioteca con lo spagnolo Rafael Moneo. Nel suo progetto, l’“asse” è evoluto in una “tangenziale verde” che lungo il Po attraversa Torino da nord a sud. Saverio ne è un interprete vivente: ciclista e utente quotidiano di questa “tangenziale”, si racconta anche come appassionato di montagna, volontario del soccorso alpino, costruttore non di edifici ma di spazi, anzi di “vuoti” che dice di aver appreso a progettare in anni di pratica yoga. E di studio a Berlino, dove l’architettura è stata esplorazione delle voragini della guerra, una continua sfida creativa allo spazio e alla memoria. Nell’urbanistica torinese di oggi si compie una metamorfosi diversa: dalla città-fabbrica fordista alla città hub di cultura. Il cantiere di To Esposizioni ne è l’epicentro simbolico, anche per la convergenza di vari soggetti: Politecnico, il nuovo Teatro Nuovo e la Biblioteca che senza soluzione di continuità sarà connessa al Valentino. Quasi un’osmosi con quel tratto di Po dove si svolge la più bella gara di canottaggio in singolo del mondo (il Silver Skiff, organizzato dalla Real Società Cerea ogni prima domenica di novembre), sul Borgo Medievale che fu il primo parco a tema cittadino in Italia, nel 1911, ai primi cinquant’anni dall’Unità. Lungamente negletta quella parte di città aveva pur vissuto una sua bella époque negli anni Venti-Trenta. L’architetto Gian Luigi Favero, presidente della Canottieri Armida, assicura che nell’album dei ricordi della società, ci sono infinite feste danzanti, le bottiglie di champagne venivano ordinate a centinaia alla cantina Pautasso. Lungo viale Virgilio, oggi percorso da silenziosi risciò con pedalata assistita, fino al 1955 si corse il Gran Premio di Formula 1. Davanti al Castello del Valentino, una targa ricorda la griglia di partenza numero 6 del campionissimo Alberto Ascari, vincitore su una Lancia D50. Un terribile incidente mise però fine alla manifestazione: auto ribaltata e gamba tranciata di netto al pilota della Maserati Sergio Mantovani. Mario Deaglio ne fu un atterrito spettatore. E ora la Biblioteca. Guido Accornero, inventore e fondatore nel 1988 del Salone del Libro insieme ad Angelo Pezzana, è stato il primo ad aver l’idea di mettere i libri sotto la volta di Nervi: «Scelta quasi obbligata ma luogo pieno di fascino. Ne parlai col presidente di To-Espo Carlo Bortolotti al circolo del Polo e fu subito d’accordo. Gli stand di pietre grigie per esaltare i colori dei volumi furono un’idea dell’architetto Aldo Ferrero». Accornero ricorda i suggerimenti di Armando Testa, le chiacchierate con Umberto Eco. «Non avevamo nessuno contro, se non l’aridità burocratica delle amministrazioni: i permessi arrivarono solo cinque giorni prima dell’apertura». E la scadente manutenzione della volta di Nervi: «Filtrava la pioggia. Ho dovuto mandare gli operai sul tetto con i sacchi neri di plastica a coprire i buchi». Sono seguiti anni di abbandono, a parte l’installazione di una patinoire secondaria durante le olimpiadi del 2006. L’irriducibile Casiraghi, nei suoi coraggiosi allestimenti dell’annuale Others Fair di arte contemporanea nei siti dismessi della città, ha riaperto il padiglione 3 cinque anni fa, trovando uno stato dei luoghi desolante: il vecchio ufficio in boiserie del direttore Giovannetti ridotto a latrina, rifiuti ovunque e persino una copia del Corano dimenticata da squatters di poca fede. In via della Cittadella, dove da più di sessant’anni, ha sede la biblioteca civica, preparano intanto il trasloco con febbrile compostezza. «Dal 3 agosto si chiude». Circa 800 mila documenti, non solo libri, andranno al Valentino. Cambierà il lavoro dei gentilissimi bibliotecari che stanno elaborando la loro mutazione perché i volumi saranno direttamente accessibili, come nel salone di casa. E a fine settembre si passerà finalmente dai rendering ai lettori in carne ed ossa.
La nuova biblioteca civica a Torino Esposizioni: così la città guarda al futuro
Cambia volto la struttura in ferrocemento progettata dall’ingegnere Nervi nel 1947






