Quarantasette arresti in una notte. Oltre 370 chili d’oro sequestrati in un solo caso. Centotrenta milioni di dollari in contanti trovati nascosti in bottiglie di plastica, dentro muri, in un pozzo di scolo delle acque piovane. I numeri dell’operazione anticorruzione lanciata a Bagdad alla fine di giugno raccontano una storia irachena. Che impatta, però, sullo scenario energetico del Mediterraneo. Poco dopo la mezzanotte del 28 giugno, reparti delle forze antiterrorismo irachene hanno circondato la Green Zone di Baghdad con mandati giudiziari in mano. Nelle 72 ore successive il numero degli arrestati è salito da un primo nucleo di sette persone fino a superare, secondo alcune fonti di sicurezza, i sessanta, con più di sedici parlamentari coinvolti e l’immunità revocata attraverso una procedura d’urgenza durante la pausa legislativa. Dietro l’operazione, ribattezzata “Dawn strike”, c’è la confessione dell’ex viceministro del Petrolio Adnan al-Jumaili, arrestato a maggio: nel solo suo fascicolo gli inquirenti hanno tracciato oltre 127 miliardi di dinari, quasi 100 milioni di dollari, oltre a 24 milioni in contanti, immobili, veicoli e gioielli d’oro. Il primo ministro Ali al-Zaidi, quarantunenne uomo d’affari senza tessera di partito arrivato al potere a maggio, ha fatto della lotta alla corruzione il perno del suo mandato — un mandato arrivato con la benedizione di Washington. Numerosi analisti iracheni sono intervenuti sui media locali spiegando che l’operazione può servire a creare una frattura con il passato. E soprattutto a congelare le attività sotto copertura delle fazioni pro Iran. Paese dal quale proveniva la maggior parte dei flussi energetici di oro nero.