Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 10:11

di Gisella Ligios

L’attacco di domenica ai siti nucleari iraniani da parte degli Stati Uniti segna un momento di svolta per l’intero Medio Oriente e i Paesi confinanti con la Repubblica Islamica, a partire dall’Iraq. Solo nelle ultime ore, alcuni droni bomba sono precipitati attorno a Erbil, nel Kurdistan iracheno, a chiudere una serie di incidenti simili negli ultimi giorni. L’Iraq, geograficamente esposto agli scambi incrociati di missili fra Iran e Israele, é finora rimasto spettatore di una guerra che rischia di travolgerlo. Da oltre una settimana i suoi cieli sono corridoio per missili da crociera fuori controllo in sorvolo su aree residenziali.

Crescono intanto le tensioni interne al governo del primo ministro Sudani, impegnato a contenere le influenti milizie filo-iraniane pronte ad attaccare obiettivi strategici statunitensi. Inoltre, migliaia di persone, spinte da alcune fra le più importanti figure religiose sciite del Paese, nella giornata di venerdì sono scese in strada a protestare contro l’aggressione israeliana. Con il coinvolgimento diretto di Washington, la situazione avrebbe superato il punto di non ritorno, secondo Ali Al-Mikdam, consulente politico ed esperto di relazioni Iraq-Iran. “Fin dall’inizio del conflitto, l’Iran si è astenuto dallo sfruttare la propria influenza sul petrolio, sulle risorse idriche e sulle milizie alleate, sulla Mezzaluna Sciita e l’Asse della Resistenza. Anche i gruppi filo-iraniani in Iraq sono rimasti inattivi, ma ad una condizione. Questa condizione, che é stata discussa diverse volte con gli americani da rappresentanti dell’alleanza che fa capo a Teheran, stabiliva che non ci sarebbe stato alcun intervento di altre milizie a meno che gli Stati Uniti fossero scesi in campo. Ma dopo la scorsa notte quell’intesa non é più in piedi”.