La prima volta si svegliano i residenti. La seconda, più tardi, si sveglia la città in cartolina. E tra le due esiste un’ora misteriosa, una specie di interregno urbano, in cui chi abita il centro storico scopre ogni giorno quanto sia diventato straniero in casa propria. A Matera quell’ora cade all’alba. Sono le sei. Nel centro storico non scorrazzano ancora turisti. I tavolini sono vuoti. Le insegne sono spente. Le persiane chiuse conservano il respiro della notte.

Poi arriva il rumore. Lo senti che si avvicina, come una bestia meccanica dal respiro infinito. Un lamento metallico e continuo, una nota ostinata che si insinua anche quando hai i tappi nelle orecchie. Come un gigantesco asciugacapelli industriale, il soffiatore spara un vento artificiale, alimentandosi a benzina e impuzzolendo l’aria fina già a prima mattina. Foglie, carte, polvere, tutte insieme danzano nell’aria per posarsi altrove. Ma la notizia vera è un’altra. La verità è che il centro storico di molte città, tra cui la nostra, ha smesso di essere un luogo dove si vive ed è diventato il grembo del consumo. Si consumano cibi, aperitivi, emozioni rapide e souvenir. Si consuma soprattutto l’autenticità.

I residenti invece no, non consumano il centro storico. Lo abitano. E abitare è un verbo molto diverso. Significa voler dormire alle tre del mattino quando sotto la finestra l’ennesimo gruppo festeggia e canta a squarciagola pensando di vivere qualcosa di speciale e per te è semplicemente un martedì. Abitare significa aprire la finestra e scoprire che la brezza della sera ha ceduto il passo a una sofisticata miscela aromatica composta da fritto misto, kebab, hamburger e qualche nota di olio esausto. Abitare significa ricordare il fornaio, il ferramenta, il giornalaio, e trovarsi invece circondati da calamite, cappellini, statuette e cover per telefonini in plastica cinese. È una trasformazione sottile che arriva come una carezza. Prima apre un locale. Poi un altro. Poi arriva l’affitto breve. Poi il vicino vende. Poi il palazzo cambia faccia. Poi ci si accorge che non è più lo stesso luogo anche se ha lo stesso nome. Le istituzioni celebrano il successo turistico. I visitatori cercano l’anima della città. E l’anima della città, lentamente, prepara le valigie. Perché una città non è fatta dai monumenti. I monumenti resistono. Sono gli abitanti che possono andarsene. I Sassi restano. Le persone no. E così, mentre la città conquista classifiche, riconoscimenti e record di presenze, chi ancora vi risiede sviluppa la sensazione curiosa di vivere dentro una vetrina. Una vetrina bellissima, certamente. Ammirata dal mondo intero. Ma sempre una vetrina. Dietro le persiane chiuse qualcuno ascolta quel rumore e si chiede se è questo è il destino delle città così belle, tanto belle da non poter più essere abitate.