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Luigi Ripamonti

Due settimane fa è stato lanciato sul Corriere Salute un sondaggio (a cui si potrà partecipare da Corriere.it fino a settembre) sulla spesa «out of pocket», cioè di tasca propria, per curarsi. Pochi giorni dopo, neanche a farlo apposta, su Stat, una pubblicazione del Boston Globe dedicata ai temi di salute, è comparso un articolo per la serie «Out of Pocket, Out of reach», letteralmente «Fuori dal portafogli, fuori portata», in cui si descrive la situazione nella quale si trovano molti cittadini Usa.

«Non è mai stato così difficile per i datori di lavoro offrire un’assicurazione sanitaria ai propri dipendenti - scrive l’autrice del servizio, Rachel Bernier-Green -. Questo vale soprattutto per le piccole imprese americane, la spina dorsale di intere comunità». Non ci riguarda? Forse. Forse solo per ora. Però dovrebbe indurci a riflettere quando si ipotizza un ritorno al sistema delle mutue per «salvare» il Servizio Sanitario Nazionale. Quel sistema, prima della riforma del 1978, garantiva una consistente parte della copertura sanitaria attraverso i contratti di lavoro.

Ma se allora un sistema come quello poteva dare determinate garanzie, oggi lo scenario in cui si troverebbe a esercitare la sua funzione sarebbe profondamente differente. Solo per citare, fra gli altri, alcuni motivi: il differente contesto anagrafico ed epidemiologico, la profonda mutazione del mercato del lavoro, i maggiori costi pro-capite per i trattamenti. Certo, i sistemi di assicurazione privata, anche come benefit del datore di lavoro, possono rivestire un ruolo sussidiario, ma il rischio, sotto gli occhi di tutti, è che da sussidiari diventino indispensabili e quindi sanciscano di fatto un accesso alla sanità per censo.Oggi nel nostro Paese la partecipazione economica alle spese per la salute è ormai data quasi per scontata, magari in alcune regioni meno che in altre, ma rassegnarsi a una progressiva abdicazione del ruolo del Servizio Sanitario Nazionale come garante dell’equità nell’accesso alle cure sarebbe, oltre che un’ ingiustizia, un grosso rischio in termini di pace sociale.