Nell’operetta “La vedova allegra” andata in scena a Cosenza, all’Arena Rendano, non convince il tenore Emil Alekperov. Magistrale l’Orchestra Sinfonica Brutia
L’arena del Teatro Rendano è bollente. Fa caldo. Tanto caldo. Pare siano le notti tropicali. Non si muove una foglia. Il pubblico si è pietrificato nella speranza che arrivi qualche leggera brezza serale. E lo stesso fa sul palco il conte Danilo che, a tratti, diventa parte della scenografia. Una sorta di terza colonna. La raffinata scenografia sullo sfondo ne prevedeva solo due. In confronto, la statua di Telesio al centro della piazza sembra ballare la samba. La platea è piena di irriducibili. Dopotutto, fanno bene. La Vedova Allegra di Franz Lehàr vale il rischio di liquefarsi. È un capolavoro. Nonostante sia un’operetta, è stata citata da compositori del calibro Šostakovic e Mahler.
Difficile, in effetti, non lasciarsi trasportare dalle peripezie dell’Ambasciata del Pontevedro, a Parigi. La protagonista è Hanna Glawari (interpretata da Consuelo Gilardoni). Vedova di un ricco banchiere ed ereditiera di più della metà degli averi di tutto il paese. L’ambasciatore pontevedrino, il barone Zeta (Gianfranco Teodoro), deve evitare che la vedova sposi un parigino: si prosciugherebbero le casse dello stato. Ci sono due storie d’amore che finiscono per intrecciarsi. Quella della vedova con il conte pontevedrino Danilo Danilowitsch (Emil Alekperov), gran viveur elegante e spendaccione. E quella della moglie dell’ambasciatore, Valencienne (Silvia Santoro), con il diplomatico francese Camille de Rossillon (Federico Buttazzo). Altro personaggio fondamentale è il segretario Njegus (Gianluca Delle Fontane), braccio destro dell’ambasciatore e figura più clownesca dell’opera.













