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Alessandro Fulloni

La «giacchetta nera» Ivan Eklind, fascistissimo svedese, e l'incontro con Mussolini. Tre direttori di gara poi squalificati per aver favorito gli azzurri e in 4 anni dopo campo durante Francia 1938. I saluti romani della squadra Usa

Pallone, mondiali e «pressing» dei potenti sugli arbitri? Si comincia ben presto: secondo alcuni storici del calcio, la sintesi dei Mondiali del 1934 vinti dall’Italia sarebbe perfettamente descritta da una foto. Ritrae, pochi istanti prima del fischio d’inizio della finale, il ventottenne svedese Ivan Eklind, un fascista sfegatato chiamato dalla Fifa (il cui presidente era un certo signor Jules Rimet...) a dirigere la partita disputata a Roma, allo stadio Nazionale del Pnf (impianto demolito per fare spazio all'attuale Flaminio). Biondino, sorride in mezzo al campo, il braccio teso verso la tribuna d’onore, dove il Duce sedeva accanto ai figli. Stessa posa per i guardalinee accanto a Eklind, il tedesco Alfred Birlem e l’ungherese Mihály Iváncsics.

A quei Mondiali furono diverse le squadre (e a raccontarlo nel suo «Un secolo azzurro» è un fuoriclasse del giornalismo come Alfio Caruso) a esibirsi in campo alzando romanamente il braccio destro. Lo fecero addirittura gli Stati Uniti nell’ottavo contro gli azzurri e, sempre contro di noi, gli spagnoli prima delle due partite consecutive – la prima finì in pareggio e fu necessaria la ripetizione – ai quarti. Stessa liturgia al fischio d’inizio per i ventidue in campo di Argentina-Svezia, altro ottavo che vide andare avanti gli scandinavi. Per non parlare della delegazione argentina, che addirittura andò a Predappio a deporre un mazzo di fiori sulla tomba degli antenati del Duce, sempre più ossequiato. Tassativo, l’obiettivo degli azzurri: vincere a tutti i costi, per cogliere l’occasione di propagandare al mondo l’immagine trionfale dell’Italia littoria. Mussolini di calcio sapeva poco, ma sapeva cone manovrare il consenso: e non badò a spese, rifacendo gli stadi, richiamando i tifosi stranieri con biglietti ferroviari scontati del settanta per cento, coccolando gli inviati della Fifa come pascià tra alberghi di lusso, cene sontuose, torpedo con autista e fanciulle accondiscendenti.