Milano si è risvegliata con un’ombra che la storia nazionale avrebbe dovuto confinare negli archivi dell’infamia. Nei gruppi di messaggistica cittadini ha iniziato a circolare un formulario online, dall’apparenza burocratica, che invita a segnalare la presenza di turisti ebrei e israeliani in alberghi, strutture ricettive e negozi. Lo scopo dichiarato dai promotori è una sedicente “mappatura del turismo sionista”, ma l’iniziativa travalica con evidenza il limite tra la contestazione di uno Stato e la mera discriminazione.
Durissima la presa di posizione della Comunità ebraica milanese. Il presidente, Walker Meghnagi, contattato dall’ANSA, ha definito il questionario scandaloso, parlando apertamente di una “caccia all’ebreo” che richiama il clima degli anni Trenta. Evitando clamori sui social o azioni estemporanee, la Comunità ha scelto la via istituzionale, trasmettendo il materiale alle autorità competenti e sollecitando l’intervento della magistratura.
L’allarme lanciato da Meghnagi tocca un nodo cruciale di ordine pubblico: la diffusione di una simile “lista” accresce concretamente il rischio di emulazioni e aggressioni, offrendo un facile bersaglio a qualche “squilibrato”. La gravità di questo censimento informale non sta soltanto nel linguaggio, ma nei suoi evidenti profili di illegalità. Secondo la normativa sulla protezione dei dati, la religione e l’identità sociale rientrano nelle categorie particolari di dati personali, cui è riservata una tutela rafforzata. Raccogliere tali informazioni in modo opaco per individuare persone in base a ciò che sono, o che vengono percepite essere, violenta i principi di legalità e, inevitabilmente, l’articolo 3 della Costituzione, che garantisce l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di religione.










