Le telecamere lo hanno lasciato venerdì pomeriggio mentre entrava nel carcere di Bollate, nel Milanese, accompagnato con cura dalle guardie attraverso la porta di vetro blindato che separa la vita di un uomo libero da quella di un recluso.

Ora, chi racconta delle sue prime ore da carcerato, lo descrive come deciso a resistere, intenzionato a far sapere di stare bene e capace di reagire con determinazione dopo i primi, inevitabili momenti di commozione.

Mario Roggero è stato sistemato in una stanza detentiva a due posti e divide lo spazio con un detenuto più anziano di lui, ristretto per traffico internazionale di stupefacenti. La cella ha un bagno interno con doccia, come quasi tutte le camere dell’istituto di Bollate, ristrutturato a più riprese negli ultimi anni con grande attenzione agli spazi di vita. Un carcere con numeri moderati per quanto riguarda il sovraffollamento e dove anche il caldo, sia pure presente, non sembra essere infernale.

Quando Roggero ha varcato la soglia dell’istituto tutti, secondo i racconti, lo hanno accolto non solo con il rispetto che certo si deve a tutti i detenuti, ma con una deferenza sottile che passa attraverso piccoli gesti, quasi invisibili, di vicinanza e solidarietà umana. Impossibile, infatti, non rendersi conto che la sua storia sembra più simile alla sceneggiatura di un film drammatico che alla realtà: una persona perbene finita dietro alle sbarre a 72 anni per una vicenda che, certamente, non si è andato a cercare.