Per decenni la Calabria è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso i suoi fallimenti. La cronaca nera, la criminalità organizzata, l’emigrazione, la disoccupazione, le incompiute, la sanità, le classifiche che la relegavano sistematicamente agli ultimi posti. Tutto vero. Ma mai tutta la verità.

Il problema non è stato raccontare i problemi. Il giornalismo ha il dovere di farlo. Il problema è aver raccontato quasi soltanto quelli, fino a trasformare un territorio complesso in uno stereotipo. Quando un pregiudizio si ripete per anni, finisce per sembrare un dato di fatto. E quando uno stereotipo viene accettato perfino da chi lo subisce, diventa un limite ancora più difficile da abbattere. La Calabria, forse più di ogni altra regione italiana, è stata vittima anche del proprio racconto.

Il primo nemico è l’autodenigrazione

Esiste un fenomeno tutto calabrese che altrove si incontra molto più raramente: la difficoltà a riconoscere i propri successi. Se una statistica ci colloca agli ultimi posti, diventa immediatamente una verità assoluta. Se invece un indicatore certifica che siamo primi per crescita del Pil, per incremento dell’occupazione stabile, per aumento dell’export o del turismo internazionale, allora scatta il sospetto: “Chissà come hanno fatto quella classifica”. È una forma di autodenigrazione che nessun’altra terra coltiva con la stessa ostinazione.